Recensione: Down the Arm of God
- Il regista austriaco Peter Brunner dà voce a quanti sono stati zittiti da una società consumistica avida e spietata che ha perso ogni traccia di umanità

Il regista austriaco Peter Brunner ritorna al Locarno Film Festival dove, nel 2021, aveva già svelato Luzifer (nel Concorso Internazionale) per presentare il suo ultimo lungometraggio Down the Arm of God. Proiettato sull’immenso schermo di Piazza Grande, il film è altrettanto forte e toccante che il suo predecessore sebbene, questa volta, il fervore religioso del protagonista si avvicini più ad una sorta di umanesimo francescano che a un delirio mistico. Per la sua ultima fatica, il regista collabora nuovamente con l’attore statunitense Caleb Landry Jones che aveva già diretto nel dramma sperimentale To the Night. La sua interpretazione maestosa trasforma Down the Arm of God in uno di quei film il cui potere magnetico va oltre lo schermo, come se la realtà si impossessasse della finzione, come se lo sguardo del protagonista potesse leggerci dentro.
Nel corso di un inverno glaciale che sembra interminabile, un giovane pastore (Caleb Landry Jones) appena arrivato in una piccola cittadina del Texas decide di aiutare un gruppo di senzatetto che si è accampato in periferia. La sua missione è salvarli da una morte imminente causata non solo dal freddo ma anche dalle condizioni precarie nelle quali sono costretti a vivere. Malgrado la sua forte determinazione, il giovane pastore si dovrà scontrare con la resistenza e l’opposizione della sua congregazione, terrorizzata all’idea di condividere il proprio spazio vitale con estranei considerati pericolosi. I pregiudizi che gli “autoctoni” hanno nei confronti dei senzatetto escono violentemente allo scoperto mostrando il loro volto grottesco. Poco importa se queste persone hanno bisogno d’aiuto, i membri della congregazione non sono disposti a lasciarsi corrompere da una precarietà che preferiscono rimanga fuori dalla loro vita. Il giovane pastore cerca aiuto al di fuori della cittadina, presso associazioni che non sanno più cosa fare, soffocate da domande alle quali non riescono più a rispondere. Dipendente fino all’asfissia da un sistema precario di aiuti che il governo non intende sostenere, il protagonista del film dovrà fare i conti con fallimenti diventati sistematici, con grida di aiuto che entrano in orecchie sorde.
Scritto a quattro mani, da Brunner e Landry Jones che, per circa cinque anni, hanno lavorato al progetto con persone che vivono senza fissa dimora in Texas, Down the Arm of God è un film necessario, estremamente toccante e profondo che riflette su questa terribile crisi non attraverso delle cifre, ma attraverso l'esperienza concreta delle persone coinvolte. Il film si basa sulle interviste e sulle testimonianze dirette di queste persone, esseri umani che assomigliano ad animali feriti, a fantasmi che cercano disperatamente un corpo nel quale accucciarsi per riposare, scaldarsi e sentirsi finalmente protetti.
Queste persone, alle quali Brunner e Landry Jones danno voce e corpo, sono coinvolte nel film come soggetti ma anche e soprattutto come attori e attrici della loro storia personale. Sono loro a parlare in prima persona delle difficoltà che devono affrontare quotidianamente ma anche dei loro segni, delle lotte per mantenere viva un’umanità che la società vuole strappargli di dosso. Le loro esperienze di vita contribuiscono in modo autentico alla creazione del film, permettendogli di raccontare e raccontarsi, di esistere in un mondo che li considera come scarti. Il film diventa in questo senso un atto cinematografico di collaborazione e denuncia, pieno di empatia e ribellione.
Grazie a una narrazione scarna e poetica e ad ambientazioni che ricordano il misticismo arcaico di And the Ass Saw the Angel di Nick Cave, Down the Arm of God sfida lo stigma che soffoca le persone senza fissa dimora, viste come fallimenti personali piuttosto che vittime di un problema sistematico, di una società che li vorrebbe eliminare per sempre.
Down the Arm of God è prodotto da EuropaCorp (Francia) e Roosevelt Film Lab (Stati Uniti), e venduto all’internazionale da Kinology.
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