Recensione: The House on the Moon
di David Katz
- Già premiato a Locarno, Nelson Yeo punta ad una nuova ricompensa con una rilettura contemporanea in chiave wuxia del mito cinese di Chang’e

Uno dei tanti volti noti al Locarno Film Festival quest’anno, in una selezione che ha abbandonato la consueta attenzione del festival per i film d’esordio e le nuove scoperte, il regista singaporiano Nelson Yeo è tornato con un’opera quanto meno radicalmente diversa dal suo ultimo lungometraggio, che era pur sempre innovativo, la storia del tritone Dreaming & Dying, vincitore del Leopardo d’Oro della sezione Cineasti del Presente nel 2023. Nonostante alcuni casi di riprese in esterni di grande effetto, per il suo spettacolare film di fantascienza wuxia The House on the Moon, si è affidato in gran parte a strutture di produzione virtuale, un metodo di ripresa che si è affermato inizialmente per la sua capacità di produrre a basso costo serie in streaming per Disney+ basate su proprietà intellettuali.
Un film “elevated” wuxia (“arti marziali e cavalleria” in cinese), ispirato a film hollywoodiani d’autore e ad alto budget come la recente serie Dune, e agli horror in costume di Robert Eggers, improntati all’autenticità, The House on the Moon è un audace secondo lungometraggio di Yeo, che merita pienamente la promozione nella sezione principale del concorso di quest’anno, anche se l’eccesso di effetti tecnologici e una sceneggiatura fortemente lacunosa finiscono per avere la meglio.
Il mito della dea della luna Chang’e e la leggenda dei dieci soli è uno dei più influenti nella cultura cinese, presente in molte delle religioni e delle filosofie del Paese e fonte d’ispirazione per l’icona degli anime giapponesi Sailor Moon. Yeo e la co-sceneggiatrice Vicky Yang propongono una visione revisionista, immaginando le conseguenze della sua immortalità e del suo esilio sulla Luna, dopo che suo marito, l’arciere Hou Yi, aveva distrutto i nove soli che stavano bruciando la Terra fino a portarla all’estinzione (lasciandone uno solo: il nostro). Qui traslitterata nei sottotitoli come Chang-Er e interpretata da Lim Shi-An, la dea appare in uno stato di malinconia perenne, confinata sulla Luna da oltre mille anni; inoltre, Hou Yi (Dominick Rustam) l’ha abbandonata per intraprendere una nuova missione volta a salvare l’ultimo sole rimasto, che sta morendo in uno stato che ricorda la fase finale della nostra attuale emergenza climatica.
L’ambizione dichiarata di Yeo in questo caso è quella di conferire maggiore profondità a personaggi che nei testi originali risultano inevitabilmente superficiali, ma affibbia a ciascuna delle figure chiave strani archi narrativi che distraggono dalla trama generale e vengono sommariamente abbandonati una volta raggiunto il climax preannunciato, in quello che diegeticamente è noto come il Dark Side of the Moon – sicuramente un doppio senso intenzionale che richiama i Pink Floyd. Chang-Er si ritrova ad affezionarsi al Bandito di Nanyang (Akira Huang), un personaggio simile a un astronauta che si unisce a lei, il quale porta con sé un braccio mozzato come “grattaschiena” ed è il suo compagno nell’affrontare vari nemici picareschi, come il dio dell’amore Yue Lao (un Lee Kang-sheng scelto per la sua somiglianza) e una strega che la fa invecchiare magicamente di diversi decenni – un episodio paragonabile a uno dell’Odissea. Nel frattempo, il nemico originario di Hou Yi, Peng Meng (Harry Chang), è coinvolto in una tragica storia d’amore queer che, pur essendo un’intrigante rivisitazione in chiave moderna, non integra in modo significativo né getta nuova luce sul filone narrativo principale.
Tuttavia, quegli sfondi di produzione virtuale sono lo standard del settore per un motivo: il regista e il suo direttore della fotografia, Lincoln Yeo, creano abilmente composizioni intricate con una grande profondità di campo, ottenute grazie a una focale insolitamente lunga, che fa apparire i suoi personaggi, vestiti in modo sfarzoso, adeguatamente monumentali. Gli sfondi renderizzati digitalmente presentano inoltre uno standard più artistico e una colorazione più accurata – con i loro inferni di un arancione accecante e i grigi mutevoli – rispetto ad altri film realizzati in studio. Con questi punti di forza e questi difetti, si ha la sensazione che Yeo stia cercando in modo accattivante di reinventare il leggendario genere wuxia, anche se l’obiettivo gli sfugge.
The House on the Moon è una coproduzione tra Singapore, Taiwan, Germania e Indonesia, realizzata da Momo Film Co in collaborazione con Aview Images, Weydemann Bros, 9lb films inc e KawanKawan Media. L’agente per le vendite internazionali è Parallax Films.
(Tradotto dall'inglese)
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