email print share on Facebook share on Twitter share on LinkedIn share on reddit pin on Pinterest

VENEZIA 2026 Giornate degli Autori

Recensione: A veces me entra tristeza, otras veces rebelión

di 

- VENEZIA 2026: María Aparicio intreccia lavoro, migrazione e memoria storica in un delicato incontro madrileno che trasforma la malinconia in possibile ribellione

Recensione: A veces me entra tristeza, otras veces rebelión
Eva Bianco in A veces me entra tristeza, otras veces rebelión

Sono i piccoli gesti, gli incontri casuali e le conversazioni apparentemente marginali a diventare, in A veces me entra tristeza, otras veces rebelión, il punto di partenza per parlare di lavoro, migrazione e memoria storica. Presentato alle 23me Giornate degli Autori di Venezia, il quarto lungometraggio della 34enne argentina María Aparicio è una coproduzione argentino-spagnola e prosegue nel solco di un cinema intimo e osservazionale, in cui il quotidiano diventa uno spazio per far emergere questioni politiche e sociali.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)
insularia_Josué

Eva (Eva Bianco, già protagonista del precedente della regista, Las cosas indefinidas) è una cineasta argentina di passaggio a Madrid. Arrivata dopo aver partecipato a un festival cinematografico in Francia, trascorre le sue giornate da sola, senza particolare interesse a costruire nuove relazioni. Al Museo Reina Sofía incontra Dante (Roger Koza), storico argentino che vive temporaneamente nella capitale spagnola mentre conduce una ricerca sulla figura di Juan Bialet Massé e sulle condizioni dei lavoratori in Argentina all'inizio del Novecento. Tra i due nasce un'amicizia gentile, lontana da qualsiasi convenzionale sviluppo romantico. Si incontrano al museo, si scambiano libri, discutono di cinema, storia, lavoro e politica. Entrambi sono stranieri in una città che non appartiene loro, entrambi sembrano vivere una condizione di transitorietà. Bianco e Koza trovano una sintonia naturale, sostenuta da una recitazione minimalista che lascia spazio soprattutto alle parole, alle pause e ai piccoli gesti.

Aparicio filma il museo come un vero e proprio personaggio. L'architettura, la luce, le sale e gli spazi di passaggio determinano il ritmo del racconto, mentre Madrid viene osservata senza concessioni alla cartolina turistica. Anche la routine di Dante – la biblioteca all'apertura, il supermercato, la lavanderia a gettoni – contribuisce a costruire un'atmosfera sospesa, malinconica, nella quale il tempo sembra dilatarsi. È proprio dall'incontro con Eva che la ricerca di Dante cambia direzione. Dallo studio storico di Bialet Massé il film si sposta progressivamente verso il presente e verso le condizioni dei lavoratori migranti nella Spagna di oggi. A questo punto Aparicio introduce elementi documentari e le conversazioni con cameriere, badanti, addette alle pulizie e altri lavoratori immigrati fanno slittare il film dalla finzione alla realtà.

Il passaggio è fluido e permette alla regista di mettere in dialogo due temporalità: le lotte operaie dell'Argentina di inizio Novecento e un presente ancora segnato da precarietà, bassi salari e scarsa tutela. Anche il riferimento all'Argentina di Javier Milei (“un fallimento”) inserisce la storia privata dei due protagonisti in un contesto politico più ampio, senza trasformare il film in un manifesto. Il titolo suggerisce infatti una duplice tensione: alla tristezza della condizione presente si contrappone la possibilità della ribellione. La citazione di Marx – l'invito non soltanto a interpretare il mondo, ma a cambiarlo – diventa la chiave di un film che guarda al pensiero come possibile premessa dell'azione.

Aparicio costruisce così un'opera tenue nei toni ma precisa nelle intenzioni. La malinconica colonna sonora e alcuni tocchi onirici accompagnano una narrazione che procede per deviazioni e concatenazioni, fino a chiudere il cerchio tra ricerca storica e testimonianza contemporanea. Un cinema fatto di incontri, ascolto e attenzione ai dettagli, nel quale la dimensione politica non viene imposta alla storia, ma nasce naturalmente dall'osservazione delle persone e del lavoro che definisce, ancora oggi, le loro possibilità di vita.

A veces me entra tristeza, otras veces rebelión è prodotto dalle società argentine La buena hora e Las Flores con le spagnole Mordisco Films, Pyewacket Films, Cosabona Films, Brava, Pifostio Films, Pasajes Invisibles e Zampano Producciones. Le vendite internazionali sono affidate alla società spagnola Paper Moon.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Privacy Policy