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VENEZIA 2026 Giornate degli Autori

Recensione: Peau d’homme

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- VENEZIA 2026: Con il suo secondo lungometraggio, Léa Domenach porta il pubblico dentro una favola queer e femminista ambientata nel Quattrocento ma capace di parlare anche del presente

Recensione: Peau d’homme
Claire Pommet in Peau d’homme

Le 23me Giornate degli Autori di Venezia si chiudono in musica, con un salto nel Quattrocento e una misteriosa pelle capace di sovvertire, almeno temporaneamente, l’ordine delle cose. Tratto dalla graphic novel omonima di Hubert e Zanzim, Peau d’homme è il secondo lungometraggio di Léa Domenach: una commedia musicale fantastica, queer e femminista che sceglie la leggerezza per affrontare una questione tutt’altro che leggera, ossia la costruzione dell’identità di genere e i rapporti di potere tra uomini e donne. Un gioco apparentemente fuori dal tempo che, proprio attraverso il suo Medioevo immaginario, finisce per parlare con sorprendente immediatezza del presente.

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Si comincia cantando le gioie del matrimonio, secondo un rituale collettivo che sembra promettere alla giovane Blanche (la cantautrice Claire Pommet, meglio conosciuta come Pomme) un futuro da fiaba. Ma la promessa dura poco: suo padre il re (Laurent Stocker) ha deciso di darla in sposa a Melchior (Louis Peres), un rozzo comandante dell’esercito che lei conosce appena e che non desidera. A offrirle una via di fuga è la nonna, interpretata da una divertita Catherine Deneuve, che le rivela l’esistenza di una misteriosa pelle capace di trasformare una donna in un uomo. Blanche la indossa e diventa Léonard (Stefan Crépon), assumendo così la possibilità di avvicinare sotto mentite spoglie proprio colui che dovrebbe diventare suo marito e conoscerlo meglio (nel cast, anche Karin Viard nei panni dell’esuberante regina).

Domenach utilizza un dispositivo già noto al cinema e alla letteratura – quello dello scambio di corpi – per osservare cosa succede quando una donna attraversa, letteralmente, il confine del genere. Nei panni di Léonard, Blanche entra in luoghi vietati alle donne, beve nei cabaret, parla con maggiore libertà e scopre quanto il privilegio maschile sia incorporato nei gesti più quotidiani. In questo mondo, dove alle donne viene persino negato il diritto di bere senza essere considerate volgari, “donna” è l’insulto definitivo.

La trovata più efficace del film è quella di affrontare questa scoperta attraverso la commedia, il canto, il travestimento, con la musica che alleggerisce la materia senza cancellarne il peso. Il film sembra chiedere non soltanto che cosa significhi essere donna o uomo, ma soprattutto che cosa accade quando gli altri cambiano il proprio comportamento nei nostri confronti perché ci percepiscono come appartenenti all’uno o all’altro genere.

L’esperienza di Blanche assume inoltre una piega sentimentale imprevista. Nei panni di Léonard, riesce a conoscere davvero Melchior, e tra i due nasce un’intimità che non avrebbe potuto esistere all’interno di un matrimonio tradizionale. E proprio attraverso questo gioco, il film lascia progressivamente emergere la sua dimensione più politica. Mentre Blanche sperimenta la libertà offerta dalla sua seconda identità, il regno è attraversato da una caccia agli “invertiti” e una siccità persistente esaspera la paura collettiva. La religione si presenta come risposta alla crisi, ma anche come strumento di controllo: stabilisce chi ha torto, chi deve essere punito, chi può amare e chi no.

Il Medioevo, dunque, non è soltanto l’ambientazione colorata di una favola. È uno specchio che permette a Domenach di osservare il presente da una certa distanza, esasperando le sue contraddizioni. La regista porta alle estreme conseguenze la logica di una società che pretende di proteggere i propri valori decidendo sui corpi e sui desideri degli individui. Così, in un cinema contemporaneo spesso incline a raccontare l’identità attraverso il trauma, Peau d’homme sceglie invece il piacere della metamorfosi, la musica e il gioco. Una pelle da cambiare, dunque, non per diventare qualcun altro, ma per scoprire quanto fosse stretta quella che ci era stata assegnata.

Peau d’homme è prodotto da Karé Productions e Trésor Films in coproduzione con France 3 Cinéma e Umedia. Le vendite internazionali sono affidate a Playtime.

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Photogallery 11/09/2026: Venice 2026 - A Man's Skin

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Léa Domenach
© 2026 Isabeau de Gennaro for Cineuropa @iisadege

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