Recensione: Les Misérables
- Fred Cavayé firma un nuovo adattamento del celebre romanzo popolare di Victor Hugo, dalle ambizioni modernizzate, al crocevia tra melodramma e film d’azione

"Avete sbagliato strada: sono le bastonate a rendere feroci le bestie. A forza di voler imporre l’ordine, si finisce per generare il caos". Nessuno ignora – dato che moltissimi cineasti si sono già cimentati con questo monumento della letteratura mondiale – la dimensione sociale del celebre classico di Victor Hugo; un’opera con cui anche Fred Cavayé ha deciso di confrontarsi, avvalendosi di un cast stellare del cinema francese e di mezzi imponenti per restituire sul grande schermo la portata spettacolare di un affresco epico, storico e narrativo che intreccia le vicende di molteplici personaggi nell'arco di quasi quarant'anni.
Svelato in concorso al 74mo Festival di San Sebastian e aperto da una citazione ("È dall’inferno dei poveri che è fatto il paradiso dei ricchi") tratta da un altro libro dell’autore, Les Misérables entra dunque facilmente in risonanza con un’epoca contemporanea in cui l’acuirsi delle disuguaglianze ha raggiunto livelli altissimi e in cui alcune democrazie hanno l’aria di monarchie d’un tempo. Un parallelo che va di pari passo con la tendenza attuale del cinema francese a svecchiare i grandi classici letterari (I tre moschettieri: D'Artagnan, Le Comte de Monte-Cristo) tentando di cancellarne al massimo la profondità storica e adottando i codici del cinema di genere. Ed è in questa direzione che Fred Cavayé si è lanciato.
"Cinque anni ai lavori forzati per un pane, la chiamate giustizia?". Saranno infine 19 gli anni che Jean Valjean (interpretato da giovane da Louis Peres, poi da un Vincent Lindon ieratico con lampi alla Bruce Willis) trascorrerà nel carcere di Tolone, con la pena iniziale aggravata da tentativi di evasione e altre lotte per la sopravvivenza. Ma all’uscita incrocia la strada di un prete molto generoso e conosce la redenzione. Nel frattempo, a Waterloo (siamo nel 1815), la coppia Thénardier (Camille Cottin e Benjamin Lavernhe) deruba i cadaveri sul campo di battaglia. Parallelamente, Javert (Tahar Rahim), rinnegato dalla madre durante un’infanzia nella miseria, scala la gerarchia della polizia con l’odio nel cuore. Tutte figure le cui sorti sono destinate a incrociarsi drammaticamente, mentre Valjean, anni dopo, sotto falsa identità, è diventato padrone di fabbrica e sindaco benevolo di una cittadina del Nord, e la ragazza madre Fantine (Noémie Merlant) ha lasciato la piccola Cosette (Giulia Sagnier, poi Megan Northam) in pensione presso i Thénardier…
Intrecciando a ritmo serratissimo i molteplici episodi di questa vasta epopea, il film dà ampio spazio all’azione (risse, pedinamenti, evasioni, sparatorie, inseguimenti, la barricata dell’insurrezione parigina del 1932, ecc.), spingendo senza freni sul registro del melodramma e degli archetipi (il bene e il male, e il confine talvolta mobile tra i due). Una volontà marcata di trasformare in "western moderno" il (ricco) materiale letterario che ne fa, al contempo, un film spettacolare, popolare e adatto alle famiglie – piuttosto divertente – ma anche una scelta alquanto singolare per la vetrina competitiva di un festival internazionale.
Les Misérables è prodotto da Eskwad e Curiosa Films, e coprodotto da TF1 Films Production, Umedia e StudioCanal (che cura anche le vendite internazionali).
(Tradotto dal francese)
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