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TORONTO 2026 Special Presentations

Recensione: A Long Winter

di 

- Andrew Haigh offre una nuova storia di fantasmi raccontata con maestria, incentrata su una misteriosa scomparsa durante un inverno nel Colorado degli anni Cinquanta

Recensione: A Long Winter
Fred Hechinger in A Long Winter

Pochissimi cineasti hanno saputo evocare sullo schermo il desiderio come il regista inglese Andrew Haigh. Fin dal suo esordio, Weekend (2011), Haigh ha trasformato opere letterarie in drammi intimi e a fuoco lento e ora, con il suo lavoro successivo a Estranei, vincitore di un BAFTA (tratto da un romanzo di Taichi Yamada), trasforma il racconto dello scrittore irlandese Colm Tóibín, A Long Winter, in una malinconica storia di formazione: A Long Winter è presentato come Special Presentation a Toronto. Per questo adattamento, il regista sostituisce l’ambientazione originaria del racconto, ai piedi dei Pirenei catalani, con gli Stati Uniti degli anni Cinquanta.

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In un podere da qualche parte nelle Montagne Rocciose del Colorado, una famiglia di quattro persone sta per separarsi: uno dei fratelli, Tommy (Kit Connor), parte per il servizio militare, lasciando il timido Mike (Fred Hechinger) a casa ma nelle mani sicure dei loro taciturni genitori, Lester (Ebon Moss-Bachrach) e Louise (Caitríona Balfe). Appaiono entrambi avvolti nel mistero, ma soprattutto Louise, con le sue regolari gite in città per fare compere che tuttavia la vedono tornare a mani vuote. Tutto ciò avviene sotto lo sguardo vigile di Mike, che diventa un inconsapevole complice dei suoi innocui misfatti – sgattaiolare fuori e bere come via di fuga dalle sue giornate da casalinga solitaria.

Fin dalle prime battute, il direttore della fotografia André Turpin introduce un’alternanza tra soggettive e inquadrature più osservative per avvicinare lo spettatore alla prospettiva adorante di Mike. Come lui, neppure lo spettatore comprende le azioni di lei, e il lento crescendo di A Long Winter ci accompagna con delicatezza nel suo percorso di scoperta di sé.

Un giorno, Louise scompare e la squadra di ricerca è costretta a interrompere le operazioni a causa di una tempesta di neve. Eppure, ciò che potrebbe sembrare un espediente narrativo arresta il racconto e permette invece a Haigh, Turpin e al montatore Jonathan Alberts di lavorare all’unisono per scolpire un senso di atemporalità in cui si desidera perdersi. Sono l’introspezione di Mike e il ritmo ben calibrato e cullante del film – fatto di ricerche, pause e incantatorie sequenze di paesaggi mozzafiato – a tenere compagnia allo spettatore in quella che altrimenti sarebbe una ricerca senza speranza. L’inevitabilità della perdita, tema così centrale nel cinema di Haigh, è mitigata dalla prova piena d’anima di Hechinger: è stoico, combatte il suo dolore anticipato, ma ciò che proietta sul mondo è un accattivante senso di scopo, che può essere scambiato per ingenuità.

All’inizio, A Long Winter è come una ferita aperta, con emozioni che traboccano da tutti tranne che da Mike. Solo quando la ferita inizia a rimarginarsi e può farsi strada la realtà di una famiglia per sempre fratturata, il protagonista in cerca di sé si concede di affrontarne le cicatrici. È una verità semplice – il lutto ti lacera e poi ti ricuce – ma lasciate che siano Haigh e il suo “feeling-telling” (invece dello storytelling) a far sentire lo spettatore accolto da un film, senza condizioni.

A Long Winter è prodotto da The Bureau (Regno Unito) e Nomadic Pictures (Canada), in coproduzione con MUBI (Regno Unito/Stati Uniti) e Film4 (Regno Unito). The Match Factory detiene i diritti per le vendite internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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