Recensione: What Remains
- Yeşim Ustaoğlu mette in scena un film al contempo profondo e prosaico, realistico e poetico, sotto forma di un road movie e del ritratto di una donna in cerca di una libertà riparatrice

"Quale vento ti ha portata in queste terre aride?". È sulle tracce di una poetessa trentenne in crisi, che decide di troncare bruscamente la sua esistenza di compagna e madre per mettersi in viaggio senza una meta, che ci porta il nuovo e bellissimo film di Yeşim Ustaoğlu, What Remains, svelato in concorso alla 74ma edizione del Festival di San Sebastian (dove la cineasta turca aveva trionfato nel 2008 con Pandora's Box). Un percorso in solitaria che la strappa a un soffocante microcosmo urbano e che si ripercuote anche sul resto della sua piccola famiglia; una narrazione a doppio sguardo, intrisa di gravità e tessuta con grande maestria da una regista che sa cogliere, con sensibilità e incisività, atmosfere, paesaggi, gesti e volti.
"Sono in trappola qui (…) Non riesco a fare la pace con questo posto (…) Sono a pezzi". La poetessa Elif (Öykü Karayel) non riesce più a nascondere il peso che la divora: la sua vita a Istanbul con Mehmet (Metin Akdülger) e il loro figlio di sei anni Selim (Ali Kayra Kul) le è diventata insopportabile. Trasferirsi a Berlino, come propone il marito? "Il mio problema è la città e le città sono uguali ovunque". Nel pieno di una depressione, lacerata fra il suo doloroso sentire interiore e un potente amore materno intrecciato a sentimenti incerti per Mehmet (musicista e docente di musicologia ispirato da Murray Schafer e John Cage), rimasti impantanati in una quotidianità coniugale economicamente precaria, Elif è sull’orlo della rottura. Decide quindi di partire e mettersi in viaggio senza una meta precisa, mentre Mehmet è chiamato al capezzale del padre morente a Trabzon e vi porta con sé Selim…
Seminando con abilità indizi e tre suggestivi incontri con donne lungo le peregrinazioni di Elif, che la porteranno infine verso il piccolo villaggio innevato di Avcilar (nell’est montuoso del Paese), la sceneggiatura illumina progressivamente i tre livelli del racconto: la traiettoria intima ed empatica di riconnessione con se stessa della protagonista (impreziosita dalle magnifiche poesie di Birhan Keskin), la riconciliazione di Mehmet con i segreti karmici del suo passato, e la fotografia per frammenti, sullo sfondo, di una Turchia provinciale segnata da un’esistenza aspra. Un intreccio di sottili risonanze (elettrizzato da intensi confronti a due) per un film audace sotto la sua veste classica, vitale (grazie a dialoghi eccellenti) e benevolo; un'opera capace di creare una propria melodia, un proprio ritmo e una propria tessitura, filmando magnificamente l'immutabile potenza della natura ("la desolazione e il silenzio, la calma e ciò che ne resta") e i moti dell'animo umano. Come recita una delle poesie, "il mondo intero appare nelle mie particelle più piccole": attraverso questa svolta nella vita di una donna, Yeşim Ustaoğlu lo illustra alla perfezione.
What Remains è prodotto dalla società turca Ustaoglu Film con la società francese Cité Films, la società lussemburghese Tarantula e la società bulgara RFF International, e coprodotto da MUBI, Pak Ventures e Yuvision. The Mach Factory cura le vendite internazionali.
(Tradotto dal francese)
Photogallery 22/09/2026: San Sebastian 2026 - What Remains
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© 2026 Dario Caruso for Cineuropa - @studio.photo.dar, Dario Caruso
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