Recensione: 7h40 ce matin-là
- Nicole Garcia fa centro con un film in cui Marion Cotillard brilla di una luce cupa nei panni di una madre che cerca di avvicinarsi a un figlio che non ha quasi mai conosciuto

"Guai ai vinti!". Gli ideali giovanili devono essere sepolti per sempre? Si può recuperare il tempo perduto, riallacciare i legami e riparare all’assenza? "Vi ricordate i vostri vent’anni"? Sono le cicatrici e i pesanti segreti del passato che Nicole Garcia ha deciso di esplorare nel suo nuovo film, l’aspro e sapiente 7h40 ce matin-là, presentato in concorso al 74mo Festival di San Sebastian.
Tutto comincia nella notte, su un autobus che solca la Francia profonda e deposita una donna nel grigiore di Romans-sur-Isère. Chi è? Da dove viene? Che cosa cerca? Le chiavi e le risposte a queste domande verranno svelate molto gradualmente, nel corso di un’eccellente sceneggiatura (scritta dalla regista francese in collaborazione con Olivier Demangel e Laurette Polmanss) che gioca con sottigliezza tra superficie e profondità, coinvolgendo una ristretta cerchia di personaggi intrappolati in una rete di fatalità tessuta diciannove anni prima.
"Non ti vedo spaventata. Penso che dovresti essere altrove". Assunta in una caffetteria locale, Alice (Marion Cotillard in uno dei suoi ruoli migliori), che sostiene di aver vissuto in Québec, si rivela in realtà un’ex detenuta, in libertà condizionale dopo 15 anni di carcere. Il suo unico obiettivo? Rivedere suo figlio Milo (il carismatico e credibile Théodore Pellerin), che aveva quattro anni quando lei è scomparsa del tutto dalla sua vita e che è stato poi adottato (da Laure Calamy) dopo diversi soggiorni in comunità. Ma come avvicinarlo, come spiegargli, come liberarsi dal senso di colpa e dalla vergogna? E come reagirà il giovane, che ha la sua vita da meccanico, progetti per il futuro, una famiglia adottiva e un’altra attorno a cui gravita, attratto dalla sua ricchezza e trascinato in loschi affari da Joseph (Alexis Manenti)? Così, Alice osserva e, senza svelarsi, impara a conoscere Milo…
Costruito su una sorta di doppia indagine (quella della madre sul figlio e quella dello spettatore sul passato rivoluzionario di estrema sinistra della protagonista), 7h40 ce matin-là riesce a restare concentrato sul nodo intimo e toccante che unisce i due personaggi principali, pur distillando e intrecciando molti elementi collaterali avvincenti (il prezzo pagato da una generazione di fine anni Ottanta i cui ideali sono deragliati fino alla violenza contro lo Stato, le barriere tra classi sociali, la definizione di maternità e di appartenenza familiare). Cogliendo con esattezza l’atmosfera impersonale delle zone periferiche delle piccole città di provincia grazie al bel lavoro del direttore della fotografia belga Yves Cape, il film rende perfettamente quella condizione di "terra di mezzo" i cui molteplici echi alimentano la narrazione, e trova il giusto equilibrio per un melodramma estremamente contenuto (e a ragione) sospeso tra finzione (con qualche sfumatura di cinema di genere e una bella colonna sonora di Amine Bouhafa) e un realismo sociale venato di malinconia, come suggerisce una citazione da I fiori del male di Baudelaire inserita nel racconto: "Gustare, rimpiangendo l'estate bianca e torrida, il raggio giallo e dolce della tarda stagione!".
7h40 ce matin-là è prodotto da Les Productions du Trésor e coprodotto da France 3 Cinéma, StudioCanal (che cura le vendite internazionali), Marcel Films, Les Films Pelléas e dalla società belga Artémis Production.
(Tradotto dal francese)
Photogallery 24/09/2026: San Sebastian 2026 - 7h40 ce matin-là
26 immagini disponibili. Scorri verso sinistra o destra per vederle tutte.
© 2026 Dario Caruso for Cineuropa - @studio.photo.dar, Dario Caruso
Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.












































