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Recensione: Le rose di Marrakesh
- Tra un giardino da proteggere e un passato da affrontare, Ginevra Elkann racconta due donne unite da solitudini, amori e legami familiari irrisolti

Un'oasi di fiori, palme e frutti apparentemente al riparo dal caos del mondo fa da sfondo al dramma sentimentale e familiare che attraversa Le rose di Marrakech, terzo lungometraggio di Ginevra Elkann, presentato in questi giorni al Festival do Rio e in programma alla prossima Festa del Cinema di Roma. Nella Palmeraie di Marrakech, al centro di questo universo sospeso ci sono Leila (Nisrin Erradi) e Madame Isabelle (Fanny Ardant), lontanissime per età, classe e origine, ma accomunate da una solitudine che la routine quotidiana e la bellezza del luogo riescono solo temporaneamente a mascherare. Scritto da Elkann con Babak Jalali e Chiara Barzini, il film procede per sottrazione, affidando a gesti, silenzi e dettagli il compito di portare alla luce ciò che i personaggi non riescono a dire.
È proprio attraverso la ritualità di quei gesti che il film comincia a raccontare Leila, quasi come un diario della vita di una cameriera. Nella grande casa di Isabelle si muove con precisione: serve, riordina, anticipa i desideri della padrona. La tenuta è un microcosmo perfettamente organizzato, nel quale ogni cosa deve occupare il proprio posto. Isabelle, anziana aristocratica francese malata, governa questo universo con la stessa ostinazione con cui controlla il proprio giardino: “I dettagli sono importanti, è ciò che distingue la civiltà dal caos”, dice.
Dietro questa perfezione, però, si nasconde una solitudine profonda. Isabelle aspetta invano la figlia e i nipoti che vivono in Francia, mentre Leila, sempre al suo fianco, diventa progressivamente qualcosa di più di una domestica: tra le due nasce un rapporto affettivo, complice, quasi materno. L'equilibrio vacilla quando Miriam (Jalila Talemsi), sorella di Leila, riemerge dal suo passato per parlarle del figlio che ha avuto all’età di 15 anni. Il ragazzo, cresciuto da Miriam, è ormai adulto e sta per sposarsi: ha bisogno di soldi. “Vivi in un palazzo, ora”, le dice la sorella, condensando in poche parole la distanza che si è creata tra loro.
Da quel momento le vicende delle due donne finiscono per rispecchiarsi. Isabelle attende una figlia che non arriva; Leila deve fare i conti con un figlio che ha abbandonato. Il giardino è il luogo in cui questa tensione prende forma. La macchina da presa di Simone D'Arcangelo si sofferma su fiori, frutti, palme e animali, immergendo lo spettatore in un'oasi sensuale accompagnata dalle musiche di Fabio Massimo Capogrosso. Isabelle insiste per coltivare una varietà di rose inadatta al luogo: “Certe cose non crescono dove noi vorremmo”. Il giardino diventa così metafora di un ordine caparbiamente costruito contro ciò che non può essere controllato.
Elkann affida molto del film alla capacità delle protagoniste di trattenere le emozioni: la cinepresa indugia sul volto di Erradi, sulla tensione fra la misura dei suoi movimenti e qualcosa che preme continuamente per venire fuori. Ardant fa di Isabelle una figura insieme imperiosa e vulnerabile, la cui ostinazione lascia progressivamente spazio alla paura di morire senza aver ricomposto ciò che è rimasto sospeso.
Il rapporto fra le due donne è dunque il cuore del film: una relazione che va oltre la distanza sociale e il legame professionale per diventare lo specchio di due esistenze segnate dalla distanza dai figli. Accanto a loro, Yusef (Ahmed Hammoud), il giardiniere, offre a Leila la possibilità di un sentimento diverso, fatto di sguardi, attenzione e prossimità. Ma anche questa relazione rimane sottovoce. L'amore, in Le rose di Marrakech, non è qualcosa che esplode: è qualcosa che si coltiva, come un fiore.
Le rose di Marrakesh è prodotto da Asmara Films con Rai Cinema, e da Agora Films e Tessalit Productions (Francia). Le vendite internazionali sono a cura di True Colours.
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