Recensione: Föa - C’era una volta il futuro
- Ambientato durante le proteste contro il G8 a Genova nel 2001, l’esordio di Margherita Ferrari riesce a rendere palpitanti i personaggi, sullo sfondo di un drammatico evento storico

Dal 19 luglio al 22 luglio 2001, mentre si svolgeva la riunione del G8 a Genova, l’Italia visse giorni di violenza e terrore che portarono Amnesty International a definire quanto successo “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente”. 300.000 persone di movimenti no-global e associazioni pacifiste che avevano dato vita a manifestazioni di dissenso - a cui seguirono gravi tumulti creati dai black bloc - subirono violenze da parte delle forze dell’ordine, culminate il 20 luglio con l’uccisione del ventitreenne Carlo Giuliani. La sera successiva nel centro del coordinamento del Genoa social Forum fece irruzione la Polizia, compiendo un feroce pestaggio e atti di tortura (per questo sono stati condannati 25 poliziotti). Sull’argomento sono stati girati due film di potente denuncia civile, Diaz - Non pulire questo sangue di Daniele Vicari e il documentario Carlo Giuliani, ragazzo di Francesca Comencini.
Con Föa - C’era una volta il futuro - che ha avuto la sua premiere mondiale nella sezione Flash Forward del Busan International Film Festival - la 29nne regista genovese Margherita Ferrari ha voluto inserire una storia privata in quel “grande sogno/incubo collettivo”, come lei stessa l’ha definito. Partendo da un suo precedente corto, Ferrari ha sviluppato il suo lungometraggio d’esordio rievocando quei giorni d’estate, quando lei aveva solo 4 anni.
Föa racconta di Nicole (Gaia Ravina), una ragazza di Genova di 18 anni all’ottavo mese di gravidanza. Il film si apre sull’esame di maturità che Nicole sta sostenendo, durante il quale la ragazza sviene. A casa il clima non è dei migliori, è evidente che i genitori non sono affatto contenti della scelta della figlia di tenere il bambino. Quando sono pronti a partire per le vacanze, Nicole dichiara di voler rimanere a casa. Più tardi la ragazza incontra il fidanzato Marco (Pietro Giannini), che dice di aver bisogno di “staccare”. Constatato che tra loro è tutto finito, Nicole torna a casa e si scatena ballando Crying at the Discoteque a tutto volume, mentre fuori cominciano a crepitare i primi lacrimogeni. Qualcuno suona alla porta. Quando Nicole apre, irrompono tre giovani manifestanti, con evidenti segni di manganellate sul corpo. Sono inseguiti dalla polizia, hanno bisogno di nascondersi per un po’.
L’atteggiamento reciprocamente ostile si scioglie in una cauta solidarietà. Irene (Clara Tramontano), la classica antagonista da centro sociale, racconta di aver conosciuto Julian (Gabriele Falsetta), nei campeggi estivi organizzati con i collettivi di tutta Europa in cui “si prova a mettere d’accordo persone che la pensano allo stesso modo”. Julian, un medico, sembra il più amaramente deluso da una protesta che si è trasformata in “una guerra che stiamo perdendo”. Con loro è Elixi (Iker Urgoiti) un giovane dei Paesi Baschi che ha il fratello in carcere per terrorismo. In quelle poche ore di convivenza forzata i quattro giovani condividono soprattutto paure. Quella più prossima, dettata dalla violenza esplosa nelle strade, e quella più profonda, che interroga il loro futuro.
Sostenuta dalla calda fotografia di Filippo Mariano, la regia di Ferrari non è soltanto persuasiva dal punto di vista tecnico ma denota una promettente sensibilità nel rendere palpitanti i personaggi, sullo sfondo di un evento storico drammatico a cui la regista ha assegnato contorni sfumati (in genovese il titolo del film significa “favola”). Nonostante da questo incontro tra giovani donne e uomini che hanno fatto scelte diverse non scaturisca un effettivo cambiamento nel modo di guardare il mondo, emerge però con limpidezza il pensiero comune a tutti e quattro di una smaterializzazione di ogni certezza per l’avvenire. Eppure nella acerba sceneggiatura, firmata dalla regista con Anita Della Cioppa e Veronica Penserini, resta un fraintendimento di fondo, con quella contrapposizione tra un ragazzo ucciso mentre sta protestando con l’idea che “un altro mondo è possibile” e il vagito di una nuova nascita, suggerendo che la scelta più adeguata e morale sia forse quella di non credere nella “lotta” e riporre nell’essere madre la speranza in un futuro di non sopraffazione.
Föa - C’era una volta il futuro è prodotto da Numero 10 e The Apartment (società del Gruppo Fremantle), in associazione con PiperFilm e in collaborazione con Netflix. Le vendite internazionali sono curate da PiperPlay.
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