Recensione: Clementine Orange
- Lisa Forslund firma un esordio visivamente raffinato sulle illusioni dell’amore a distanza, in cui il confronto con la realtà apre la strada a una forma inattesa di intimità

Angelica e John sono innamorati ma non si sono mai incontrati di persona. Si scrivono lettere, si parlano al telefono, si eccitano al suono delle rispettive voci. Lei spruzza il proprio profumo sulle lettere che gli spedisce in carcere, lui le manda foto che alimentano fantasie di muscoli e pelle tatuata. Prima ancora che i loro corpi possano trovarsi, il desiderio ha già inventato una storia. Ma che cosa succede quando la realtà si presenta a riscuotere il conto?
Presentato in prima mondiale alla 21ma Festa del cinema di Roma, sezione Freestyle (e subito dopo in prima nordamericana al Chicago International Film Festival), Clementine Orange, esordio alla regia dell’attrice svedese Lisa Forslund, è una piccola storia di (quasi) amore che si nutre della distanza tra ciò che immaginiamo e ciò che siamo. In un'epoca in cui l'intimità spesso si costruisce attraverso un monitor, il film sceglie di raccontare il desiderio con uno sguardo poetico e sorprendentemente delicato.
Angelica (Gizem Kling Erdogan) immagina John (Erik Enge) come il classico cattivo ragazzo, irresistibile e un po' pericoloso. Quando finalmente lui ottiene un permesso di 24 ore e lei si presenta all'appuntamento in minigonna rossa e tacchi alti, pronta a entrare nella fantasia che ha coltivato per mesi, basta un attimo perché tutto crolli. L'uomo che esce dal carcere non è affatto il bad boy dei suoi sogni, ma un ragazzo pallido, smilzo, dall'aria impacciata e nerd. Angelica è vittima di un inganno, un caso di catfishing che trasforma l'atteso incontro romantico in una cocente delusione.
Eppure, proprio quando sembra non esserci più nulla da salvare, comincia un'altra storia. Costretti a trascorrere insieme quella giornata a Stoccolma, i due si concedono un pranzo, una passeggiata al parco, una serata a ballare. E mentre l'illusione lascia lentamente spazio alla conoscenza, anche Angelica cambia pelle. La donna provocante, con il rossetto rosso e l'abbigliamento studiato per sedurre, si trasforma in una ragazza in jeans e felpa con cappuccio, più libera di mostrarsi per quello che è, comprese le proprie fragilità ed eccentricità.
Forslund osserva questa metamorfosi lasciando che siano soprattutto i silenzi e i piccoli gesti a portare avanti il racconto. Erdogan ed Enge sono straordinari nel dare corpo all'imbarazzo iniziale, alla delusione, alla diffidenza e poi alla sorpresa di ritrovarsi addirittura a fantasticare una vita insieme. Le mani che si sfiorano, gli sguardi che si cercano, le pause che si allungano: è in questi dettagli minimi che il film trova la sua verità emotiva.
A rendere Clementine Orange particolarmente ammaliante è la sua dimensione sensoriale. Nell'aria si avvertono il fruscio degli alberi, il cinguettio degli uccelli, il calore del sole. Una colonna sonora orchestrale (accreditata al compositore jazz Dennis Egberth) avvolge i protagonisti in un'atmosfera sospesa, mentre le voci delle loro conversazioni telefoniche riaffiorano come flashback sonori, restituendo l'intimità di un rapporto nato prima del contatto fisico.
Il film riesce così a muoversi con naturalezza tra nervosismo e tenerezza, senza mai scivolare nel sentimentalismo. La delusione iniziale non viene cancellata: è proprio la distanza tra le aspettative e la realtà a rendere possibile un incontro diverso, meno perfetto ma forse più sincero. Compatto nei suoi appena 70 minuti, Clementine Orange è un esordio visivamente raffinato, solido e consapevole, che sa bene cosa raccontare e come farlo. Perché a volte, per innamorarsi davvero, bisogna prima disinnamorarsi della persona che ci si era inventati nella propria testa.
Clementine Orange è prodotto da MDEMC in coproduzione con SVT e Film Stockholm. Le vendite internazionali sono a cura di New Europe Film Sales.
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