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BUSAN 2026

Recensione: L'ora più bella

di 

- L'opera prima di Ernesto Maria Censori trova la sua forza in un rapporto padre-figlio delineato in modo convincente e in due interpretazioni solide

Recensione: L'ora più bella
Filippo Timi e Andrea Arcangeli in L'ora più bella

Gli interrogativi sollevati dall'assenza di un genitore possono persistere per decenni. In Deep Blue, presentato in anteprima mondiale nella sezione World Cinema di Busan, il regista italiano Ernesto Maria Censori affronta questo territorio noto con un film più avvincente nel suo sviluppo emotivo che nelle ambizioni formali. Co-sceneggiato con Lorenzo Marinelli, il dramma segue un percorso piuttosto convenzionale, ma l’attenzione riservata alle persone che lo percorrono rende l’esperienza discretamente coinvolgente.

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A undici anni, Nicola è costretto dal padre, Lucio (Filippo Timi), a prendere parte a un atto di violenza, prima di essere spedito in Messico. Vent’anni dopo, convinto che Lucio sia morto, Nicola (ora interpretato da Andrea Arcangeli) si è costruito qualcosa di simile a una vita stabile. Lavora come cameriere in un ristorante italiano gestito dallo zio Nando (Peppe Servillo), ha una compagna, forse accarezza vaghe ambizioni di paternità e sembra pronto a guardare al futuro più che al passato. Quel precario equilibrio crolla quando Nando annuncia che partirà per sempre e, con evidente fatica, rivela che Lucio è ancora vivo. Nicola parte per l’Italia, deciso a confrontarsi con l’uomo che lo ha abbandonato.

Il viaggio finisce per condurlo in un mondo segnato da vecchie lealtà criminali e colpe irrisolte. Eppure il vero interesse del film risiede meno nei segreti che circondano Lucio che nella reazione di Nicola ad essi. Censori e Marinelli sottolineano che scoprire la verità non risolve automaticamente anni di risentimento, e gli incontri tra padre e figlio sono plasmati da spinte contraddittorie: rabbia, curiosità, diffidenza e un persistente desiderio di qualche forma di riconoscimento.

I due protagonisti danno a questo materiale relativamente lineare gran parte del suo peso. Timi è particolarmente efficace nei panni di Lucio, un uomo il cui passato violento è sempre in agguato sotto la superficie. La sua prova è sorprendentemente misurata, lasciando coesistere momenti di aggressività esplosiva con una compostezza più guardinga, quasi stanca. Arcangeli offre un controcanto convincente, restituendo il disagio di Nicola senza ridurlo a una vittima perennemente ferita. Insieme instaurano una credibile tensione emotiva, anche quando la sceneggiatura si dirige verso sviluppi non particolarmente difficili da prevedere.

La regia di Censori è meno distintiva. La messa in scena è generalmente chiara e funzionale, ma raramente rivela una sensibilità visiva davvero personale. Anche la fotografia di Andrea Benjamin Manenti predilige una tavolozza costantemente cupa, che può rendere alcune sequenze eccessivamente fosche. Va detto che tale oscurità si addice a una storia in cui violenza e criminalità proiettano lunghe ombre sul presente, anche se l’effetto appare talvolta un po’ enfatizzato.

Detto ciò, Deep Blue non è un film definito da sorprese narrative o da scelte stilistiche appariscenti. Il suo vero merito è far contare i passi verso la destinazione, ancorando conflitti familiari a legami riconoscibili. Per un esordio nel lungometraggio, è una base rispettabile su cui Censori può costruire.

Deep Blue è prodotto da Alcor, Italian International Film – Gruppo Lucisano e Rai Cinema. Le vendite internazionali sono curate dalla società romana True Colours.

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(Tradotto dall'inglese)

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