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FESTIVAL Italia

A Roma 150 lungometraggi, molti gli europei in concorso

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A Roma 150 lungometraggi, molti gli europei in concorso

Non più Festa per volontà del presidente Gian Luigi Rondi (che ha anche provveduto ad italianizzare i nomi delle sezioni), il Festival Internazionale del Film di Roma, dal 22 al 31 ottobre, con centocinquanta lungometraggi in programma, promette di coniugare la propria vocazione popolare con la qualità della proposta culturale: e istituisce così una doppia giuria, l’una formata dagli spettatori del festival (su modello del People’s Choise di Toronto), l’altra da autorevoli critici cinematografici (tra cui Michel Ciment).

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Entrambe valuteranno i film in concorso nella Selezione Ufficiale, svelata stamattina e composta quest’anno dalle sezioni “Cinema 2008” (a cura di Teresa Cavina e Giorgio Gosetti) e “Anteprima” (affidata a Piera Detassis).

Dall’Italia, oltre agli annunciati Il passato è una terra straniera [+leggi anche:
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di Daniele Vicari e L’uomo che ama [+leggi anche:
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di Maria Sole Tognazzi, a contendersi il Marc’Aurelio d’oro ci saranno Edoardo Winspeare con Galantuomini [+leggi anche:
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, gli esordi Un gioco da ragazze [+leggi anche:
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di Matteo Rovere e Parlami di me [+leggi anche:
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di Brando De Sica, le coproduzioni El Artista [+leggi anche:
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(diretto dagli argentini Gastón Duprat e Mariano Cohn) e Resolution 819 [+leggi anche:
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di Giacomo Battiato (capitali maggioritari francesi e polacchi).

Ma i titoli europei non finiscono qui. Come anticipato nei giorni scorsi da Cineuropa, sono della partita anche i francesi Aide toi et le ciel t’aidera [+leggi anche:
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di François Dupeyron e Le Plaisir de chanter [+leggi anche:
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di Ilan Duran Cohen, con loro la connazionale Josiane Balasko (Cliente [+leggi anche:
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) e il cambogiano quasi naturalizzato oltralpe Rithy Panh (Un Barrage contre le Pacifique [+leggi anche:
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, da Marguerite Duras), il portoghese João Botelho (A corte do Norte [+leggi anche:
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, da un romanzo di Agustina Bessa Luis, scrittrice cara a Manoel de Oliveira), il polacco Krzysztof Zanussi con A Warm Heart [+leggi anche:
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E ancora, l’opera seconda della tedesca Connie Walter, Long Shadows [+leggi anche:
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(riflessione sul terrorismo, sulle tracce della von Trotta di Anni di piombo); la coproduzione anglo-ungherese Good [+leggi anche:
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del cosmopolita Vicente Amorim, sulla deriva nazista di un professore di letteratura nella Germania degli anni Trenta; ed Easy Virtue [+leggi anche:
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dell’australiano Stephan Elliott, che dopo aver rifatto un Claude Miller d’annata (Eye of the Beholder, da Guardato a vista) stavolta si cimenta in Gran Bretagna con il remake di un film di Hitchcock del ’28.

Fuori concorso, il vecchio Continente è rappresentato dal collettivo 8/Huit, progetto francese di alto valore umanitario commissionata ad otto cineasti di tutto il mondo (da Jane Campion a Gaspar Noé a Wim Wenders), il kolossal storico-politico La Banda Baader Meinhof [+leggi anche:
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di Uli Edel, la coproduzione anglo-franco-italiana The Duchess [+leggi anche:
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di Saul Dibb, la commedia drammatica Parlez-moi de la pluie [+leggi anche:
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di Agnès Jaoui, e l’italiano Si può fare [+leggi anche:
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di Giulio Manfredonia.

Tra le proiezioni speciali, accanto al britannico The Garden of Eden di John Irvin (da Hemingway), l’Italia è protagonista con Aspettando il sole di Ago Panini, col controverso Il sangue dei vinti di Michele Soavi e con il film di chiusura del festival, L’ultimo Pulcinella di Maurizio Scaparro.

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