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Recensione

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Suzanne: i sacrifici della passione

di 

- Katell Quillevéré firma un'opera romanzesca ben riuscita sul destino caotico di una giovane donna che molla tutto per un amore pericoloso.

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, che ha aperto la Settimana della Critica del 66mo Festival di Cannes, il percorso di un personaggio nell'arco di trent'anni, Katell Quillevéré, già ammirata sulla Croisette nel 2010 con il suo primo lungometraggio Love Like Poison [+leggi anche:
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, aveva puntato in alto. La scommessa è vinta con un film romanzesco, sensibile e commovente, sorretto da un'eccellente Sara Forestier nel ruolo di una giovane donna che decide di prendere alcune scorciatoie e ne paga il prezzo.

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Da questo brandello di vita su cui aleggia un pizzico di sfortuna, la regista estrae il ritratto esatto e affettuoso di una famiglia modesta della profonda Francia, quella dei camionisti, degli operai e delle cameriere, dei barbecue in giardini sfioriti, di bambini mandati in affido, di bar e locali in cui si cerca di evadere, e di piccoli trafficanti. Questo universo di solitudine in cui i legami familiari rappresentano un'ancora di salvezza, Katell Quillevéré lo disegna con un'energia salutare e un'ottima sceneggiatura (co-firmata da Mariette Désert) che sa ben gestire l'ellissi temporale, oltre a una bella messa in scena (senza ostentazione) che oscilla efficacemente tra la dimensione intima e una percezione più ampia del mondo circostante.

Tutto comincia con l'innocenza e le risate dell'infanzia di Suzanne (Sara Forestier) e sua sorella Maria (Adèle Haenel), allevate con amore dal loro protettivo padre (François Damiens), in un ambiente popolare del Sud della Francia. L'assenza della madre, che è morta, non sembra pesare sulle due bambine che diventano presto adolescenti "grunge" e piuttosto sfrontate. Siamo negli anni '90 e arriva il primo scherzo del destino: la liceale Suzanne rimane incinta e partorisce un bambino, Charly, che alleva da sola nella casa di famiglia. Maria va a lavorare a Marsiglia, ma il grande legame affettivo tra le due sorelle permane fino al colpo di fulmine di Suzanne per Julien, un piccolo delinquente (Paul Hamy) che traffica con le corse dei cavalli. Travolta dalla passione, Suzanne lo segue e sparisce, lasciando suo figlio piccolo al nonno.

Qualche anno dopo, la giovane donna finisce in carcere a seguito di un violento furto con scasso. Julien è latitante e, devastata dalla solitudine e dal senso di colpa, Suzanne scopre che suo figlio è finito in una casa d'accoglienza. Uscita di prigione, va a trovarlo e cerca di rifarsi una vita dopo aver ripreso i contatti con la sorella e il padre. Ma il bel Julien, che ha fatto strada nella malavita, riappare. I due tornano insieme e si danno al traffico di droga con il Marocco, cosa che non impedisce a Suzanne di mettere al mondo una bambina. Di nuovo lontana dalla sua famiglia, la giovane donna segue il suo destino caotico, ma l'attendono ancora nuove sorprese…

Riuscendo meglio del suo film precedente, Katell Quillevéré (nata nel 1980, proprio come Suzanne) dimostra di avere diverse corde al suo arco di regista. Nel superare con disinvoltura le difficoltà inerenti all'ampiezza temporale dell'intreccio, riesce a dare ai suoi personaggi una consistenza reale, compresi i ruoli secondari (Corinne Masiero, Anne Le Ny), e la qualità generale dell'interpretazione è notevole. Ancorata a un realismo sociale perfettamente restituito e utilizzando sapientemente la musica (composta da Verity Susman del gruppo inglese Electrelane), Suzanne emana un fascino irresistibile attraverso il ritratto toccante di questa giovane donna alla ricerca disperata di amore e libertà. 

(Tradotto dal francese)

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