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Intervista: Martin Pieter Zandvliet • Regista

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"Una donna con i suoi demoni"

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- Il regista, ex montatore, costruisce il suo primo lungometraggio intorno alla superba performance dell'attrice danese Paprika Steen nel ruolo di un'attrice la cui vita privata è un caos

Intervista: Martin Pieter  Zandvliet  • Regista

Cineuropa: Ha creato il personaggio di Thea avendo in mente Paprika Steen e la sua performance a teatro in Chi ha paura di Virginia Woolf?.
Martin Pieter Zandvliet: Volevo fare un film su una donna che ha demoni personali e non è capace di gestire la sua vita privata fuori dalla scena, ma non avevo ancora deciso il tipo di mestiere. Volevo giusto che fosse un'artista sotto i riflettori, attrice o protagonista di un "one-woman show". Poi, quando è cominciato il casting, ho subito pensato a Paprika Steen che, all'epoca, recitava in teatro. Gliel'ho proposto e, sebbene all'inizio avesse detto no, ha cambiato idea tre mesi dopo e si è convinta della bontà dell'idea. Da quando abbiamo pensato di affidare la parte a lei, l'abbiamo incontrata e abbiamo cenato assieme diverse volte per conoscerla meglio. Abbiamo evocato insieme il genere di film e di personaggi che ci piacciono. Suo marito, che ha prodotto il film, ci ha assistiti e il film è stato scritto sempre più pensando a lei. Lei ha letto diverse versioni della sceneggiatura e ha dato il suo parere. All'inizio, avevo un po' paura a lavorare con lei - è molto nota in Danimarca - ma sono contento che tutto abbia funzionato e che si sia fidata di noi.

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Come si dirige un'attrice di questo calibro, tanto più in un ruolo come questo, privo di ogni vanità e che prevede molti primi piani che la espongono completamente?
Abbiamo parlato molto di ciò che significa, in generale, essere un'attrice di oltre quaranta anni. I registi tendono a scegliere donne di una ventina o trentina d'anni, donne belle ma meno curiose della vita e di sapere se il personaggio è interessante da interpretare. Io guardo innanzitutto all'esperienza che un'attrice ha della vita e al suo potenziale corrosivo, di conseguenza non è un problema mostrare i difetti, le cicatrici che testimoniano di aver vissuto. Questo rende un personaggio più interessante. La frontiera è sottile quando si deve decidere fino a dove si può arrivare. Ho dunque utilizzato molto il suo viso; sono rimasto vicino a lei per sentirla, per scovare cose sul suo volto.

Che cosa le è tornato maggiormente utile del suo precedente mestiere di montatore al momento di lavorare come regista? Come si è svolta la sua collaborazione con il montatore di Applause [+leggi anche:
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, Per Sandholt?

Non sapevo nulla del mestiere di regista, quindi se qualcosa andava male potevo affidarmi soltanto a qualche nozione elementare di psicologia. In verità, non avevo paura di non riuscire a girare, decidere le inquadrature, ecc. Sul set, la priorità era sempre l'emozione della scena; ho cercato di concentrarmi sull'interpretazione e sul personaggio. Con Per, abbiamo discusso per un paio di giorni del ritmo delle immagini, della durata delle inquadrature; poi lui se n'è andato ed è tornato cinque settimane dopo con il primo montaggio. Penso che ci si debba fidare delle persone con cui si lavora, e che più è così, più loro lo percepiscono e si sforzano di comprenderti e di capire in quale direzione vuoi portare il tuo film. Ho fatto la stessa cosa con il direttore della fotografia, gli attori e il resto della troupe. Per è un ottimo montatore e lavoreremo di nuovo insieme.

Applause è stato definito un film "post-Dogma". Qual è stata l'influenza di questa corrente sul suo stile?
Nessuna. Mi sono ispirato soprattutto ai film americani degli anni '60, in particolare a quelli di Cassavetes, e ai film francesi dello stesso periodo, perché sono orientati più verso il racconto e i sentimenti dei personaggi che verso l'estetica, come nel caso di Dogma. Ad esempio, l'appartamento di Thea e il bar sono molto cupi, come i suoi sentimenti, mentre fuori e sulla scena è tutto luminoso.

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