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Intervista: Sam Garbarski • Regista

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“Una storia poetica e universale”

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- Per il suo terzo lungometraggio, Sam Garbarski si è ispirato al manga cult di Jiro Taniguchi, Quartier lointain. A inizio riprese, Cinergie ha incontrato un regista entusiasta

Intervista: Sam  Garbarski  • Regista

Cinergie: Perché ha trasposto in Europa l'universo giapponese di Quartier lointain [+leggi anche:
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Sam Garbarski: Conosco un po' il Giappone e amo molto queso paese, ma non avrei osato fare un film laggiù senza capire la lingua, con attori giapponesi.

La trasposizione è stata difficile?
E' stato un lavoro lungo. Potrebbe sembrare una cosa veloce, che un fumetto sia quasi uno story-board pronto per essere girato, ma non è così. Ciò che appartiene al fumetto, non appartiene al cinema. Non foss'altro che per il ritmo, che è molto diverso. Quando leggi, crei il tuo ritmo, scegli tu il tempo da passare su ciascuna vignetta. Al cinema, il ritmo è determinato dall'insieme del film. Ci sono stati molti trabocchetti da evitare, tanto più che ero stato tratto in inganno, credendomi molto più vicino di quanto non lo fossi veramente. Ma è stato un lavoro appassionante. Alla fine abbiamo lavorato in tre, con Philippe Blasband e Jérôme Tonnerre, e il film è più un'interpretazione che un adattamento. Ciò che mi interessava è l'emozione. Quello che mi è piaciuto di Quartier lointain è l'anima della storia, la sua atmosfera. Sembra che siamo riusciti a conservarla anche trasferendola in Europa.

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E come definirebbe quest'anima?
E' una storia familiare terribilmente toccante, un duplice rapporto padre-figlio molto bello e profondo. E' una storia poetica, universale, piena di dolcezza, anche se accadono cose molto dure e dolorose. Quando Thomas torna nel suo passato, ha 14 anni ma è abitato dalla sua storia di uomo di 50 anni. Ha anche più anni del padre a quell'epoca e si ritrova lui stesso in una situazione simile quando la storia comincia. La sua vita di coppia si sta deteriorando, sta per cadere nel cosiddetto schema ripetitivo. Questa maturità gli dà una dimensione magnifica, molto interessante in termini cinematografici. Abbiamo deviato un po' dalla storia originale, ma non racconterò tutto nei dettagli! (ride).

Il casting ha richiesto molto tempo?
E' stato piuttosto veloce. Léo (Legrand) è favoloso. Avrà una carriera incredibile! Quando ho trovato Léo, Pascal Greggory è venuto da sé, si assomigliano così tanto! Greggory non è un attore, è uno Stradivari! E' talmente impressionante, ha una tale profondità che influenza anche il suo personaggio di adolescente, grazie alla sua voce fuori campo. Quando ho scritto la sceneggiatura, avevo già in testa Jonathan Zaccaï, che conosco da diverso tempo, per il ruolo di suo padre. Anche per la madre, è andata piuttosto velocemente. Alexandra Maria Lara è una grande attrice. Cercavo una donna con un accento straniero, perché viene dall'altra parte della montagna. Anche quello è stato un colpo di fulmine!

A vedere i suoi film, sembra che voglia parlare di personaggi in lotta con la propria storia, che tentano di sfuggirvi, di inventarsi.
Non mi piace avere pregiudizi. Detesto le regole. Mi piace trattare storie originali rendendole plausibili. Ma è vero che in Le Tango des Rashevski i personaggi cercano di scappare da tutto ciò che li ha condizionati, e anche in Irina Palm [+leggi anche:
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… Quando scrivo, non analizzo, le cose vengono a me, sono un intuitivo, uno spontaneo. Qui si parla di ciò che potrebbe succedere se ci fosse data occasione di rivivere momenti molto importanti del passato. Potremmo cambiarlo? E se sì, lo faremmo? Con l'esperienza, il vissuto che abbiamo acquisito, si sentono le cose in modo differente. Ed è bello, è forte. E' come una seconda chance (ride). Chi non ha avuto, a 14 anni, un amore segreto che non ha osato vivere? Chi non avrebbe una quantità di domande da porre ai propri genitori? Nel film pongo tante domande. E ancora, fare domande è una cosa. Imparare, capire i propri genitori è un'altra cosa… Passare da uno sguardo di bambino a uno sguardo di adulto, appunto.

fonte: Cinergie

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