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"La Svizzera è circondata dalle montagne e stavo cercando un paesaggio 'piatto'"

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Matthias Huser • Regista

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- Cineuropa ha incontrato il regista svizzero Matthias Huser che ha presentato They Chased Me Through Arizona in prima mondiale al Festival del film di Locarno

Matthias Huser  •  Regista

Cineuropa ha incontrato il regista svizzero Matthias Huser che con il suo primo lungometraggio They Chased Me Through Arizona [+leggi anche:
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ci fa viaggiare attraverso pianure desolate e motel abbandonati. Il regista svizzero Matthias Huser ha presentato il suo primo lungometraggio They Chased Me Through Arizona in prima mondiale al Festival del film di Locarno (competizione Cineasti del presente). Un film misterioso e a tratti destabilizzante che ci spinge a riflettere sul nostro rapporto con l’altro e con il mondo che ci circonda. Una miscela di western, miti americani e pianure desolate.

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Cineuropa: A cosa si è ispirato per il suo primo lungometraggio They Chased Me Through Arizona?
Matthias Huser: Una delle cose che amo veramente è la fotografia, le immagini, la pittura. Ho studiato fotografia e pittura in Australia (durante uno scambio universitario) e sono stato immediatamente sedotto dalla bellezza dei suoi paesaggi, dall’immensità del territorio. Mi sono reso conto di quanto amo il concetto di “tableau vivant”, una sorta di foglio bianco dove aggiungi poco a poco degli elementi. E come cercare di fare qualcosa di estremamente semplice ma che diventa con il passare del tempo estremamente complesso. Mi interessa molto il concetto di “riduzione”, il fatto di focalizzarsi su un oggetto, anche quotidiano, e di trasformarlo in qualcosa di “diverso”, fuori dal comune.

Perché ha scelto la Polonia come scenografia per il suo primo lungometraggio?
La Svizzera è circondata dalle montagne e per il mio primo lungometraggio stavo cercando un paesaggio “piatto”, come un foglio di carta. Ho trovato questo posto in Polonia. Devo ammettere che all’inizio delle riprese ho avuto delle difficoltà a spiegare agli attori certe scene o a parlargli dei personaggi a causa delle barriere linguistiche ma poi tutto si è sistemato. Un film non si basa sul linguaggio bensì sulle immagini, sulla storia che si racconta, sulle atmosfere. Questi elementi sono internazionali. Sono un regista svizzero ma per il mio film cercavo un luogo “diverso”, unico, non facilmente localizzabile. Ho voluto mettere l’accento sulle atmosfere, come una fiaba o una ballata.

Quale atmosfera voleva ottenere attraverso la colonna sonora?
Mi piace la musica intradiegetica perché non possiede la tipica aura da musica da film, non incarna un’emozione o dei sentimenti specifici ma proviene da una fonte identificabile. La colonna sonora di They Chased Me Through Arizona è un potpourri di musiche che amo, di referenze ai film americani e a una certa immagine che si ha dei western. Il mio è un film girato in Polonia, con riferimenti ai film americani. Volevo veramente un mix di differenti influenze.

Come ha lavorato con gli attori? Cosa voleva ottenere da loro?
In molti film polacchi si percepisce l’intensità della recitazione. E’ una tecnica di recitazione che spinge gli attori a incarnare le emozioni in modo intenso, teatrale. Ho dovuto spiegare agli attori che per me è più importante la loro presenza fisica e che ogni movimento significa qualcosa. E stato difficile fargli capire che è meglio “meno” che “troppo” ma che bisogna comunque evitare il “troppo poco”. In poche parole, bisogna trovare il giusto equilibrio.

Cosa l’ha spinta a ridurre al minimo i dialoghi? E’ forse una reazione alla verbosità della nostra società?
Mio padre è cresciuto in una fattoria con undici fratelli dove dominava un’attitudine che spingeva a parlare solo quando era necessario. Forse questo è parzialmente legato alla cultura svizzera, anche se può forse sembrare un cliché: si parla quando si ha davvero qualcosa da dire, altrimenti si rimane in silenzio. Questo modo di approcciare la parola mi è rimasto dentro. Adoro osservare il mondo che mi circonda, i paesaggi e le persone, ma spesso non è possibile perché si tende a riempire i vuoti con le parole, con i discorsi. Nel mio film volevo dare la possibilità al pubblico di osservare in silenzio le immagini e i personaggi. Le parole non sono sempre necessarie e spesso sono le immagini a parlare al loro posto. Volevo ritrovare un’atmosfera che fosse una miscela di sentimenti legati all’intimità tra esseri umani, all’amicizia e a una presa di coscienza sull’impossibilità di comunicare con l’altro.

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