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"La vera star del film è la musica"

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Mia Hansen-Løve • Regista

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- La cineasta francese parla dell’avventura di Eden, un film romanzesco, ambizioso e riuscito sulla genesi del French Touch.

Mia  Hansen-Løve • Regista

Incontro con la talentuosa Mia Hansen-Løve a pochi giorni dall’uscita francese (via Ad Vitam) di Eden [+leggi anche:
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(menzione speciale a Locarno nel 2011).

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Cineuropa: Qual è stata la sua intenzione iniziale per Eden?

Mia Hansen-Løve: L'idea di tracciare il percorso di un DJ lungo vent’anni, ispirato alla vita di mio fratello, era in un certo senso nella continuità dei miei film precedenti: un ritratto. Da un’altra parte, volevo fare un film su un’epoca precisa, su un gruppo di artisti che incarnassero un po’ l’essenza di quei tempi. In entrambi i casi, mi sembrava che questo personaggio e questa epoca non fossero stati rappresentati. Ho avuto la fortuna di avventurarmi su un territorio che mi pareva piuttosto vergine.

Le storie nei suoi film si svolgono spesso nell’arco di molti anni. Perché?

Mi dà la possibilità di far interagire il presente con il passato, di arricchire il presente nella seconda parte dei film. Eden avrebbe potuto fermarsi nel 2001 sull’avvento dei Daft Punk, ma non era questo che mi interessava: per me, l’emozione è legata al modo in cui il passato ci porta al presente e come il presente è ossessionato da questo passato, come in tutte le vite.

La sceneggiatura è cambiata molto durante il lungo processo di finanziamento del film?

E’ cambiata tantissimo dal punto di vista del numero di versioni e di pagine tagliate, ma non nella sostanza. E’ stata condensata, ma ha sempre avuto queste due parti: una prima che racconta un’ascesa e che fa vivere tutto un gruppo, e una seconda che evoca una discesa e che si serra sul personaggio di Paul un po’ come una morsa.

Affronta nuovamente il tema della disillusione.

Trovo il termine un po’ ambiguo perché ho sempre l’impressione che i miei film alla fine sfuggano, che ci sia sempre una porta che si apre, una sorta di perseveranza, di resistenza, qualcosa che regge a una forma di lutto. Alla fine Eden conduce alla libertà, alla solitudine di chi è se stesso. Si avvicina più a un racconto di formazione che a un racconto di disillusione, anche se la disillusione è forse una delle tappe per arrivare a sé.

Perché scegliere un attore quasi sconosciuto?

Era un elemento coerente con il progetto artistico del film, quello di cercare una forma di verità un po’ nuda, senza travestimenti, senza apparati, per raccontare un DJ che, anche se ha conosciuto il suo momento di gloria, è comunque qualcuno che è sempre rimasto ai margini. Per incarnare tutto l'underground del "French Touch" mi sembrava un po’ fuori luogo, per non dire ridicolo, prendere un attore di tendenza. Tutti i miei film, e forse Eden più che mai, partono anche dal desiderio di mettere in luce persone che sono nell’ombra. E quello che mi interessava del film, e chi lo finanziava lo sapeva bene, è che la vera star fosse la musica.

In quali direzioni ha lavorato per la messa in scena?

Bisognava essere molto in movimento e provare un mucchio di cose diverse. Ci sono quindi scene girate a spalla, in travelling, a inquadratura fissa, ecc. Non c’è alcun procedimento formale che si applichi automaticamente. Cercavo anche di coniugare l’aspetto "rock'n'roll", la velocità e la morbidezza nella messa in scena con una grande eleganza formale e, attraverso una forma di fluidità nel movimento, a dare al film una certa tenuta, che non fosse mai pacchiano, ruffiano, al contrario di quanto si vede spesso nei film che giocano con le immagini dei "club".

A che punto è il suo prossimo progetto, L'avenir?

Se tutto va bene, girerò a luglio. Il film sarà nuovamente prodotto da CG Cinéma e sarà il ritratto di una professoressa di filosofia interpretata da Isabelle Huppert.

(Tradotto dal francese)

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