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“È tutto più difficile rispetto a prima”

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Ronnie Sandahl • Regista

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- Cineuropa ha incontrato lo sceneggiatore e regista svedese Ronnie Sandahl per parlare del suo film Underdog

Ronnie Sandahl  • Regista

Dopo una pioggia di premi che ha toccato Chicago e Zurigo, Underdog [+leggi anche:
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prosegue la sua tournée dei festival passando per la competizione del Festival del Film Europeo di Les Arcs dove lo sceneggiatore e regista svedese Ronnie Sandahl ha presentato il film. 

Cineuropa: Da dove viene questa storia?
Ronnie Sandahl:
 Si tratta di una sceneggiatura originale, perché sono innanzitutto uno sceneggiatore. Ero impegnato a ultimare una sceneggiatura su dei giovani che crescono in una piccola città operaia svedese di cui sono originario ed è tornando in quei luoghi che mi è venuta l’idea del film. La crisi economica aveva colpito e i miei vecchi compagni di classe — i primi a perdere il lavoro secondo le regole sindacali — avevano abbandonato la città per tentare la fortuna a Oslo. La Svezia si è ritrovata con il secondo tasso più alto di disoccupazione tra i giovani dopo la Grecia. Ho quindi deciso di abbandonare il film che stavo scrivendo e che era quasi interamente finanziato per cominciare una nuova sceneggiatura e un nuovo film in coproduzione con la Norvegia, perché se volevo fare un film sulla gioventù svedese contemporanea, bisognava girarlo a Oslo. I produttori erano un po’ nervosi, ma ho tenuto il mio personaggio femminile principale e alla fine, tutto è andato bene e il film è vicino alla realtà che volevo dipingere. 

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Perché ha scelto l’angolazione familiare?
Cerco sempre di fare un ritratto del politico attraverso il personale o un ritratto del personale attraverso il politico. Mi ci voleva un modo per rendere conto del glissamento di potere economico tra la Norvegia e la Svezia, ma anche dello squilibrio tra uomo e donna e tra datore di lavoro e impiegato. Questa famiglia disfunzionale che assume una governante è il contesto perfetto per esporre tutti questi rapporti. E’ un dramma familiare, ma anche una storia proletaria in qualche modo. Volevo creare anche uno strano triangolo amoroso. La fine del film lo testimonia e avevo questo finale in testa sin dall’inizio del processo di scrittura. Questo triangolo interviene anche nel contesto di questa famiglia contemporanea ed è la prova che, anche quando va tutto male in una società in crisi, ci sono sempre persone che possono fare la differenza sul piano umano.

Come qualificherebbe questa forma di razzismo che esiste tra Norvegia e Svezia e che lei mostra nel film?
Non lo definirei razzismo. La Norvegia è sempre stata la sorella minore della Svezia. Gli svedesi si sono sempre presi gioco dei norvegesi fino a quando il rapporto non si è invertito negli ultimi dieci anni. Ora i norvegesi sono un po’ accondiscendenti riguardo ai posti di lavoro. Non è un problema di nazionalità, piuttosto un problema di classe. In Norvegia, si potrebbe quasi dire che non ci siano classi, ma solo una classe media. La Norvegia non ha mai avuto una classe superiore e non c’è neanche una classe inferiore, perché sono tutti ricchi. Per la stessa ragione, il paese ha importato la sua classe operaia, oggi per lo più svedese, da lì il sentimento di superiorità. Sbeffeggiando gli svedesi, i personaggi del film sbeffeggiano di fatto la classe operaia, e questa constatazione è stata scioccante per molti norvegesi che hanno visto il film.

Qual è il budget del film? E’ anch’esso un budget di crisi?
Dipende sempre se si parla di denaro vero o di budget, ma al momento delle riprese disponevamo di circa un milione di euro per fare questo film. Puntavamo a un budget più elevato che avremmo potuto raggiungere e lo abbiamo anche raggiunto per un certo tempo, ma si accompagnava a una serie di circostanze che non erano sane per il film che desideravo fare. Per proteggere questa storia e adattarla ogni volta che fosse necessario, bisognava essere più liberi e lavorare con un budget minore che mi permettesse di decidere tutto e di conservare la mia integrità artistica. Un milione è meno della media europea ed è ancor meno se giri nella capitale più cara d’Europa.

Ha l’impressione di appartenere a una nouvelle vague del cinema svedese?
Sono più giovane della maggior parte dei cineasti che fanno film in Svezia oggi, quindi ho difficoltà a identificarmi con loro o nel loro lavoro, ma ce ne sono altri della mia generazione, nati a metà degli anni ‘80, con cui ho più affinità come Gabriela Pichler che ha diretto Mangia, dormi, muori [+leggi anche:
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. Siamo cresciuti nella stessa Svezia che non è quella della generazione precedente. Tutto questo ci rende molto politici — anche a causa del partito razzista democratico che ha avuto accesso al potere — nel senso che ci soffermiamo sempre meno sulla classe media per raccontare più storie legate alla classe operaia o a una generazione che ne passa di tutti i colori e che non può contare sulla fortuna dei propri genitori, ma unicamente su ciò che produce. E’ tutto più difficile rispetto a prima: la precarietà, la difficoltà di trovare un lavoro e tanto più un lavoro che si ama, un appartamento o semplicemente la strada che porta all’età adulta.

(Tradotto dal francese)

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