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“Mi sono concessa molte libertà”

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Eva Husson • Regista

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- Incontro al Festival del Cinema Europeo di Les Arcs con Eva Husson, la regista di Bang Gang, un’opera prima sorprendente e audace

Eva Husson  • Regista

Cineuropa ha incontrato la francese Eva Husson, regista di Bang Gang (A Modern Love Story) [+leggi anche:
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, un’opera prima sorprendente e audace, al 7° Festival del Cinema Europeo di Les Arcs

Cineuropa: Da dove viene l’idea di Bang Gang (A Modern Love Story)?
Eva Husson: Ho lavorato per molto tempo su un progetto per il quale avevo veramente cercato di rispettare i limiti, di dare quello che ci si aspettava da me ed è stata una catastrofe. Mi sono detta che se un giorno avessi rifatto del cinema, se avessi dovuto rivivere un insuccesso, questa volta sarebbe stato per qualcosa che mi avrebbe appassionato. Mi sono allora imbattuta su un fatto che mi ha interessato e intrigato: come si poteva vivere in una piccola città di classe media e andare così lontano? Sono attirata dalla narrazione degli estremi e quando ho scoperto questa storia inverosimile, mi sono chiesta come renderla verosimile, come crearci un racconto intorno. Questo fatto aveva avuto enormi ripercussioni mediatiche e disponevo di molti elementi fattuali. Ho avuto anche la fortuna di non incontrare direttamente i protagonisti, quindi di poter mettere molta distanza e di inserire nel film quello che avevo voglia di mettere. Sono rimasta fedele alle caratteristiche di base: dei liceali, qualcosa che vacilla all’improvviso e che progressivamente diventa enorme. Ma mi sono concessa molte libertà. A dire il vero, all’inizio, la questione sesso mi frenava abbastanza: mi dicevo che non sarebbe stato facile da scrivere, finanziare e mettere in scena. 

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Quali sono stati i suoi orientamenti per evitare il lato problematico o sensazionalista del soggetto?
Alcuni registi hanno già affrontato molto bene la questione principale del sesso e penso che nel 2015 non rappresenti più una sfida del cinema. Viviamo in un’era di sovraesposizione permanente d’immagini pornografiche e il cinema deve riconquistare il terreno dell’intimo. Avevo molta voglia di capire perché questo costituisce per i ragazzi una traiettoria della costruzione della loro intimità, come arrivavano attraverso questa sovraesposizione sessuale a diventare degli individui sessualmente attivi, così come avevano bisogno. Pensavo che fosse una sfida enorme farlo attraverso il sesso e anche attraverso il sesso estremo. 

In Bang Gang la nudità è affrontata con estrema naturalezza.
Ho dato questo impulso perché vivo la nudità in questa maniera, per educazione e per esperienze personali. Da adolescente, andavo nelle spiagge nudiste di Ibiza e la nudità non era necessariamente legata al sesso. È importante ricordarlo: il corpo nudo non è solo un corpo sessuale. D’altronde, nelle feste del film, anche se i personaggi pensano che sia estremamente sessualizzato, li si vede spesso vagare nudi come se fossero in spiaggia: ci si dimentica di se stessi, del proprio corpo, una certa semplicità nella nudità che non è più un problema sessuale permanente. Ho anche prestato molta attenzione al fatto che ci fossero poche scene di sesso dove sono completamente nudi in primo piano. E molte scene di sesso sono filmate in piani ravvicinati o senza soffermarsi troppo. Non è necessario poiché ognuno si costruisce una rappresentazione mentale della cosa. È come per i film horror: più si mette, meno ci si crede. Mi piace l’idea di dare quel che basta all’immaginario del pubblico perché ognuno si componga il proprio quadro. 

Il film traccia anche il quadro di una generazione profondamente immersa nell’immagine e nei social.
Questi adolescenti non possono più costruire la loro intimità nella privacy: sono obbligati a costruirsi in una sovraesposizione della propria immagine, nell’età in cui si è nel narcisismo più totale e in cui si cerca la giusta distanza dalla rappresentazione di se stessi. I telefonini e le foto continue non aiutano certo… Alcuni andranno troppo lontano mentre altri hanno già una sensazione sicura di quello che è giusto per loro. 

L’estetica di Bang Gang è molto riuscita. Quali erano le sue intenzioni riguardo alla luce?
Il naturale sublimato. Penso che se si prende la vita in maniera molto cruda, risulti poi un po’ deludente. Ma se si riesce a guardare con le buone luci, a creare dei momenti un po’ più intensi, nasce una specie di balletto che può rivelarsi molto interessante. È questo il sentimento che ho voluto ritrascrivere con questo orientamento di una luce che ha l’aria naturale ma con sempre un po’ di artificio, un po’ secondo il principio stabilito dal duo Harris Savides - Gus Van Sant.

(Tradotto dal francese)

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