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"Spero di aver fatto un feelgood movie che inviti alla spensieratezza"

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Halkawt Mustafa • Regista

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- Cineuropa incontra il regista norvegese Halkawt Mustafa per parlare del suo secondo lungometraggio El Clásico, nelle sale in patria

Halkawt Mustafa • Regista

Proprio quando sugli schermi scandinavi arrivano film dedicati a celebri personaggi storici, a delle gesta belliche imponenti, esce El Clásico [+leggi anche:
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intervista: Halkawt Mustafa
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, un film in cui i personaggi sono Alan e Shirwan, due fratelli minuti impegnati in un'avventura in apparenza semplice poiché si parla di calcio e d'amore, ma che si rivela un'impresa insolita. La premiere negli Stati Uniti si terrà all'imminente Tribeca Film Festival, quasi in contemporanea a quella di Oslo. Il regista è Halkawt Mustafa, originario della provincia di Sulaymâniya, nella parte curda dell'Iraq, ed è nel bar della Casa del Cinema di Oslo, punto d'incontro dei cinefili della capitale norvegese, che ha parlato a Cineuropa del suo secondo lungometraggio che ha prodotto personalmente con Anders Graham.

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Cineuropa: El Clásico... questo titolo è ispirato alle partite di calcio tra Real Madrid e FC Barcelona.
Halkawt Mustafa: Sì. Qualche anno fa, mentre preparavo un documentario nel nord dell'Iraq, delle manifestazioni rumorose mi hanno quasi spaventato: in realtà era solo una folla entusiasta che festeggiava la vittoria del Real sul suo rivale preferito. Ho quindi avuto l'idea di un film e ho mandato due fratelli curdi, che conoscevo già un po', in una cavalcata epica a bordo di un quad. Wrya Ahmed e Dana Ahmed non sapevano nulla di cinema. Ho vissuto con loro per un anno, prima per capire meglio le difficoltà che devono affrontare, per condividere la loro vita quotidiana, e poi per far vedere loro dei film, per spiegare meglio ciò che mi aspettavo da loro. È nata una vera e propria complicità, una vera amicizia che ancora ci lega. Nel corso di quell'anno la sceneggiatura, che avevo scritto con Anders Fagerholt, è stata leggermente modificata dalla loro presenza.

Per motivi di autenticità?
Esattamente. Abbiamo preso in prestito degli elementi della loro vita, della loro realtà quotidiana: ad esempio, le loro animate discussioni sui rispettivi meriti delle due squadre spagnole non sono finzione. Ci siamo tuttavia concentrati sui loro sogni, sulle loro aspirazioni, sul loro dinamismo, più che sui pregiudizi e le discriminazioni di cui sono vittime i loro conterranei.

Gli attori sono dilettanti?
Non tutti. Due di essi sono molto noti in Iraq: Kamaran Raof, che interpreta Jalal, il padre intransigente dell'amata di Alan, Gona, è anche scenografo, e Rohzin Sharifi, che interpreta Gona, deve la sua fama ad alcune serie TV. Ha vissuto con me e Wrya per due settimane prima delle riprese, affinché il suo comportamento fosse semplice e naturale nelle scene di dolcezza e tenerezza. Affinché tutto vada bene, la cordialità e la convivialità sono estremamente importanti in una grande produzione che coinvolge più di 80 persone di diverse nazionalità. Le lingue parlate in El Clásico sono il curdo, l'arabo e lo spagnolo. Ho avuto la fortuna di essere aiutato da quattro assistenti, e siamo stati supportati da un solido servizio di sicurezza. Ci sono voluti circa quattro anni per realizzare El Clásico, di cui due dedicati alla scrittura, sessanta giorni di riprese con il direttore della fotografia Kjell Vassdal, sei viaggi in Spagna, per non parlare del complesso lavoro di montaggio effettuato da Inge-Lise Langfeldt. E il tutto per un budget di 16 milioni di corone, quasi due milioni di euro.

Perché l'ha girato in Iraq?
La maggior parte dei registi sceglie il Marocco o la Giordania per girare i loro film, per ragioni di sicurezza. Ci siamo assunti il rischio di girare in Iraq, tra cui due settimane a Baghdad, nonostante i pericoli, per l'atmosfera, per ancorare meglio la storia alla realtà. Abbiamo dovuto sopportare molte barriere, controlli incessanti, diverse autorizzazioni da sollecitare... il primo giorno un attentato ha fatto una ventina di vittime vicino al luogo delle riprese. Eppure, nonostante tutto, le persone vivono, ridono ed hanno il tempo di appassionarsi al calcio. Per quanto incredibile possa sembrare, ci si abitua alle bombe. Poiché quasi tutto è stato distrutto dai bombardamenti, in particolare da quelli del 1988, abbiamo dovuto costruire i set, il bazar, i café, i negozi e altro ancora. I momenti cupi con i problemi e le frustrazioni sono menzionati, ma ci sono così tanti film tristi sull'Iraq... spero di aver fatto, per cambiare, un feelgood movie, un film che invita alla spensieratezza.

(Tradotto dal francese)

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