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"Produttori privati hanno creduto nella mia passione"

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Ana Asensio • Regista

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- L’attrice Ana Asensio ha debuttato nella regia con Most Beautiful Island, che ha avuto al sua prima europea a Sitges dopo aver ottenuto il gran premio della giuria all’ultimo SXSW Film Festival

Ana Asensio • Regista

Ana Asensio (Madrid, 1978) è tornata in Europa per aprire la sezione Noves Visions One del 50º Festival del Cinema Fantastico di Catalogna di Sitges con la sua opera prima, di cui è anche protagonista: Most Beautiful Island [+leggi anche:
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intervista: Ana Asensio
scheda film
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, vincitore del premio della giuria all’ultimo SXSW Film Festival di Austin, Texas (Stati Uniti).

Cineuropa: Che cosa l’ha spinta a vivere a New York, dove si svolge il suo primo film come regista?  
Ana Asensio:
Volevo uscire dal comfort della Spagna: ho iniziato a lavorare qui come attrice televisiva, ma volevo vivere esperienze all'estero. Arrivai a NYC il 7 settembre 2001, quattro giorni prima dell'attacco alle Torri Gemelle. New York è ostile e difficile, ma per alcuni mesi dopo quella tragedia i cittadini si guardavano negli occhi: si sentiva  l'empatia e le differenze sociali erano dimenticate. È stato umanizzante e bello, anche se è strano che fosse causato da una catastrofe simile.

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Quindi il personaggio protagonista del suo film ha qualcosa di autobiografico?
Sì, in alcune cose che mi sono capitate, quando ho accettato lavori inimmaginabili e avevo tutte le mie cose in una valigia. Ho raggiunto il limite emotivo, perché la pressione di non avere né amici né la famiglia ti genera molta ansia: è questa la genesi della storia di Most Beautiful Island. A partire da lì ho creato un aspetto drammatico molto più potente. Ho conosciuto persone che hanno preso decisioni simili per cominciare una vita nuova e lasciarsi alle spalle un passato traumatico che non riuscivano a superare: per questo decidi di andare in una città dove sei anonimo, ricominci da zero e nessuno ricorda il tuo passato.

E’ così che è nata la sceneggiatura?
Ho immaginato questa storia che si svolge in poche ore, in un giorno: il concetto del film l’ho avuto chiaro fin dal principio. Non avevo mai scritto una sceneggiatura e ho cominciato a bussare alla porta di produttori e investitori privati, sia negli Stati Uniti che in Spagna e Turchia. Mi era chiaro fin dall’inizio quanto fosse difficile che me lo producessero: così ho deciso di girare una scena per mostrare la mia visione del film. Volevo fare l'intero film con un solo piano sequenza: l'ignoranza ti incoraggia e non sai dove ti porta.

E credi che tutto sia possibile...
Sono contenta di essere stata ingenua, perché mi sono lanciata in un mucchio di decisioni insolite che tutti mi raccomandavano di non prendere, come filmare in super 16 mm. Sono riuscita ad avere una produttrice franco-catalana associata e abbiamo lavorato allo sviluppo dello script, ma non è andato a buon fine perché non avevamo aiuti, io però volevo girarlo come era. Alla fine, ho fatto il mio ultimo giro di chiamate ed è stato finanziato da investitori privati che non avevano mai fatto film e che hanno creduto nella mia passione e nel concetto del film. Abbiamo tirato avanti con un budget minimo. E abbiamo filmato in due parti, giacché è stato interrotto perché una location è venuta meno.

Di quale sentimento si nutre una storia d’impatto come quella che racconta?
Volevo parlare di un tipo di immigrazione di cui non si parla: ho conosciuto molte ragazze in attesa del loro visto come modelle o attrici. Le vedi in strada e non pensi che abbiano problemi, anche per mangiare; quel contrasto, quel falso glamour, crudele e agrodolce, quel mangiare solo quando ti invitano alle feste, l’ho trovato interessante. Sono condizioni degradanti. Inoltre, ho voluto mostrare come le classi ricche possono comprare tutto e sono in grado di pagare per brutalità.

(Tradotto dallo spagnolo)

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