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Driften, una corsa disperata per liberarsi dei fantasmi del passato

di 

- Il primo lungometraggio dello svizzero Karim Patwa, in competizione per il prestigioso Prix de Soleure, è una corsa ad alta velocità verso una redenzione impossibile

Driften, una corsa disperata per liberarsi dei fantasmi del passato

Karim Patwa ha dimostrato con Driften [+leggi anche:
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, il suo primo lungometraggio recentemente premiato al Filmfestival Max Ophüls Preis di Saarbrücken in competizione per il prestigioso Prix de Soleure delle Giornate di Soletta, di saper dosare perfettamente forza e controllo, violenza ed emozioni, in un andirivieni costante tra luce e tenebre.

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Robert vuole cominciare una nuova vita lontano dagli errori e dalle ossessioni del passato. La sua dipendenza dalla velocità e dalle corse clandestine l’avevano spinto verso un punto di non ritorno. Dopo aver scontato una lunga detenzione in prigione, Robert vuole ricominciare a vivere, al riparo dalle tentazioni e dalle cattive frequentazioni. La sua famiglia, in apparenza “sana” e perfetta, lo accoglie malgrado gli errori del passato, e un’inaspettata proposta di lavoro sembra illuminare un futuro ancora fortemente incerto. Questo apparente equilibrio è però messo in pericolo dall’incontro con Alice (incredibile Sabine Timoteo nominata per il premio del cinema svizzero nella categoria miglior attrice), insegnante di inglese più matura di lui che riapre vecchie ferite e incancellabili sensi di colpa.

Karim Patwa ci propone un film forte che affronta con coraggio il tema della colpa e della difficile convivenza con il proprio lato oscuro. Come continuare a vivere dopo aver commesso un atto irreparabile? Come controllare delle pulsioni autodistruttive che si possono ignorare ma che rimangono, malgrado tutto, iscritte nel più profondo? Driften affronta con coraggio e sincerità queste domande “scomode”, si avventura su un terreno scivoloso dove la frontiera tra il bene e il male diventa sempre più sottile. Robert è un personaggio che lotta per trovare un posto nella società, malgrado un passato troppo pesante e le difficoltà di un presente che non riesce ancora a domare. La sua è un’utopica ricerca di stabilità in un mondo che perdona difficilmente gli errori e che spesso manca crudelmente di compassione o per lo meno di tolleranza verso la “diversità”. 

Karim Patwa bracca letteralmente il suo personaggio con una serie di primi piani a volte claustrofobici, a ricordarci che la lotta contro i demoni del passato è ormai persa. La camera segue Robert, come un’ombra oscura, lo osserva e lo scruta con spietato realismo evitando la trappola del sentimentalismo o della facile compassione. Driften parla di sentimenti inconfessabili, della violenza che sonnecchia in ognuno di noi ma che viene accuratamente tenuta a bada. Nel caso di Robert la lotta per tenere sotto controllo il suo alter ego oscuro è costante ma sempre incerta, come a ricordarci che la vita non è popolata solo da (super) eroi ma anche da personaggi fragili alla ricerca di una felicità spesso utopica.

Karim Patwa parla di una Svizzera (troppo) spesso dimenticata, di una gioventù che si sente intrappolata tra la monotonia di una vita diventata ormai banale e la ricerca di quel “qualcosa” che li faccia ancora sentire vivi e che li metta pericolosamente alla prova. Per Rober questa “droga” è la velocità, l’ebrezza della gare di macchina clandestine, tra consapevolezza del pericolo e dipendenza dall’adrenalina. Driften propone un’immagine diversa della Svizzera, lontana dai cliché e dai luoghi comuni. Interessante soprattutto la dualità tra immagini di una natura idilliaca, incontaminata e la super modernità delle sue città. Un primo lungometraggio potente e esteticamente affascinante. Driften è prodotto e venduto all’estero da Langfilm.

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