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TORINO 2015

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Colpa di comunismo: la miseria degli stranieri in Italia

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- In concorso al Torino FF, la storia di tre donne che hanno lasciato le loro famiglie in Romania per venire in Italia a cercare lavoro, per la regia di Elisabetta Sgarbi

Colpa di comunismo: la miseria degli stranieri in Italia

Il nuovo film di Elisabetta Sgarbi, Colpa di comunismo, proiettato al Torino Film Festival, è un ibrido tra documentario e finzione: documentario nella misura in cui registra storie, paure e passioni di tre signore rumene in cerca di lavoro, finzione in quanto le tre signore in questione stanno evidentemente recitando.

Siamo a Fabriano e dopo la messa ortodossa che copre dieci minuti buoni di film, due signore rumene di mezz'età si recano in sacrestia per chiedere di fare qualche lavoretto che sarà ovviamente sottopagato. Qua inizia l'odissea che porterà le protagoniste, inspiegabilmente diventate tre, a recarsi a Ferrara in cerca di nuove opportunità.

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Nonostante il soggetto sia nobile, il film non riesce ad ottenere un risultato chiaro: non si capisce se la regista volesse denunciare la difficoltà delle tre donne a trovar lavoro, dirci qualcosa in più sulle condizioni delle badanti in Italia o mostrarci da vicino in quale grado i rumeni mantengano le loro tradizioni una volta giunti in Italia.

I discorsi che toccano le condizioni di vita dei migranti, il loro livello di integrazione con la comunità locale, le loro difficoltà nella quotidiana struggle for life sono appena abbozzati, del realismo rimane solo l'intenzione, e del candore e della spontaneità degli attori non professionisti non vi è traccia. Dei personaggi maschili si sa poco e niente, eppure aprono e chiudono il film in una dubbia scelta di montaggio: che l'autore, annoiando lo spettatore, volesse trasmettere la noia provata dai personaggi?

Insomma l'unica scelta azzeccata del film è l'argomento che si cerca di affrontare: dietro la disoccupazione e la miseria che gli stranieri ritrovano in Italia ci sono storie che valgono la pena fermarsi ad ascoltare, a patto però che vengano raccontate bene.

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