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Il labirinto del silenzio, la verità rimossa di Auschwitz

di 

- Giulio Ricciarelli racconta un periodo del dopoguerra in cui tedeschi con meno di trent’anni non sapevano cosa fosse un campo di concentramento. Nelle sale italiane con Good Films

Il labirinto del silenzio, la verità rimossa di Auschwitz
Alexander Fehling in Il labirinto del silenzio

Una cosa colpisce lo spettatore già nei primi minuti de Il labirinto del silenzio [+leggi anche:
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making of
intervista: Giulio Ricciarelli
scheda film
]
di Giulio Ricciarelli. La constatazione che nel 1958 i tedeschi con meno di trent’anni non sapevano cosa fosse Auschwitz. E’ proprio in quel clima di euforica ricostruzione sulle macerie della guerra e sulla opportuna rimozione collettiva che si viveva nella Germania divisa in due, da una parte gli Americani, dall’altra i Sovietici, che il regista nato a Milano e tedesco d’adozione ha voluto ambientare il suo film. Nell’anno in cui il Pubblico Ministero Generale di Francoforte Fritz Bauer aprì un lungo procedimento che portò ai processi di Auschwitz del 1963. 

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Ricciarelli sceglie di rendere protagonista del suo racconto il giovane pubblico ministero Johann Radmann (interpretato da Alexander Fehling, Bastardi senza gloria), proprio per il suo sguardo assolutamente puro sui crimini di Auschwitz ignorati dalle istituzioni tedesche. Il Processo di Norimberga del 1945-46, che aveva condannato i più importanti capi nazisti catturati o ancora ritenuti in vita, sembra lontano.  Con l’aiuto del giornalista Thomas Gnielk (André Szymanski) e dell’associazione dei sopravvissuti ai campi di concentramento, Radmann viene in possesso di alcuni documenti che inchiodano gli 8000 tedeschi che avevano agito ad Auschwitz. Tutti sono indiziati di omicidio. Incluso Josef Mengele, il dottore che infliggeva terribili torture ai gemelli internati nel campo. Ma la parola d’ordine è dimenticare. Non aprire vecchie ferite che si stanno rimarginando. 

Con il sostegno del suo capo, Fritz Bauer (Gert Voss), lui stesso imprigionato all’epoca del Terzo Reich per le sue idee socialiste,  il giovane procuratore riesce a superare gli ostacoli posti dai suoi compatrioti. Davanti a lui sfilano i testimoni degli orrori del lager e i responsabili di quegli orrori. Volti normali di panettiere, postino o avvocato, che evocano quella “banalità del male” coniata da Hannah Arendt in occasione del processo al gerarca nazista Adolf Eichmann. Per Bauer, chi aveva compiuto quelle azioni criminali lo aveva fatto perché ci credeva, non perché costretto da ordini superiori.

Il resto è Storia, ma Ricciarelli arricchisce la sua narrazione di sfumature personali per rendere più vitale il protagonista. Il suo amore per la giovane Marlene (Friederike Becht), l’ossessiva ricerca di giustizia che lo portano ad  una crisi di coscienza. 

Presentato in anteprima al Toronto IFF 2014, Il labirinto del silenzio è stato selezionato per rappresentare la Germania agli Oscar, entrando nella short list. In Italia è in sala da questa settimana distribuito da Good Films.

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