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Zen for Nothing, tra filosofia e sana autoironia

di 

- Il film di Werner Penzel, in competizione per il Premio del pubblico alle Giornate di Soletta, ci trasporta fuori dallo spazio e dal tempo, nella complessità del presente

Zen for Nothing, tra filosofia e sana autoironia
Sabine Timoteo in Zen for Nothing

Werner Penzel ritorna alle Giornate di Soletta con Zen for Nothing [+leggi anche:
trailer
scheda film
]
, per trasportarci nel cuore del piccolo monastero zen Antaiji dove l’attrice bernese Sabine Timoteo (Premio del cinema svizzero per la miglior interpretazione femminile in L’Amour, l’argent, l’amour di Philip Gröning) ha deciso di installarsi, il tempo di riprendere contatto con quel presente che sembra sfuggirle (e sfuggirci) di mano.

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Durante diversi mesi, dall’autunno alla primavera, Werner Penzel segue una Sabine Timoteo a fior di pelle che ci fa viaggiare sulle montagne russe che si scatenano nel suo io profondo, fra esaltazione e rassegnazione. Nascosto fra le montagne alberate della costa occidentale del Giappone (paese d’adozione di Peter Penzel), il piccolo monastero zen Antaiji, gestito da un sacerdote d’origine berlinese per lo meno atipico, sembra essersi trasformato in rifugio per viandanti in cerca di spiritualità. A ben guardare però quella che a primo acchito appare come un’oasi in mezzo alla natura si trasforma piano piano in purgatorio nel quale cercare di espiare le proprie pene. Incapaci di liberarsi dai loro automatismi consumistici, i suoi ospiti si torturano alla ricerca di qualcosa che non ha né forma né nome ma che sanno poterli salvare. Un qui ed ora chimerico che si rendono conto scontrarsi crudelmente con la ricetta venduta da molti guru new age cittadini.

A capitanare questo eterogeneo gruppo di pellegrini, l’attrice e ballerina Sabine Timoteo che dietro la cinepresa di Peter Penzel si spoglia del suo “personaggio pubblico” per diventare semplicemente un’ombra fra le ombre, per essere, semplicemente. Questa sua duplice identità, quella di attrice, di personaggio, e quella di pellegrina libera di esistere al di là di una sceneggiatura preesistente, rende il progetto di Penzel particolarmente interessante. Quando, durante una cerimonia che deve animare, Sabine Timoteo prende la parola e dopo aver letto una poesia di Jacques Prévert (Pour faire le portrait d’un oiseaux) parla dell’oppressione che in un primo tempo ha sentito rinchiusa nella rigidità, strutturale e comportamentale, del monastero, sembra parli in modo più generale della condizione dell’attore. Rinchiuso nella cornice rassicurante dello schermo questo esiste senza davvero “essere”, immagine effimera di un racconto scritto da altri.

Al di là del riquadro dello schermo, dell’occhio della telecamera, della semplice struttura quadrata del monastero, della cornice delle sue numerose piccole finestre, chi è davvero Sabine Timoteo? Forse la risposta si trova proprio in quello che l’occhio di Werner Petzel suggerisce senza davvero mostrare: le ombre che scorrono furtive sui muri, i raggi di sole che scaldano la pelle, i piedi gelati che sfiorano il pavimento, gli istanti che non potranno mai veramente essere catturati. Fra le complesse, quasi abissali, riflessioni sull’essere che sgorgano dalla filosofia zen e le goffe sorprese del quotidiano, Zen for Nothing propone il ritratto di un’umanità straordinariamente contemporanea, universale nella sua imperfezione. Un film che al di là della profondità delle sue riflessioni ci regala momenti di assoluta leggerezza. Un matrimonio inaspettato fra essenza pura e autoironia che ci scalda il cuore malgrado il gelo dell’inverno nipponico. 

Werner Penzel usa la sua telecamera non solo come occhio ma anche come orecchio, naso, mano, cuore, facendoci vivere un’esperienza che potremmo davvero definire come epidermica. Un’esplosione di sfumature complesse ed imprevedibili come la vita stessa.

La zurighese Look Now! si occupa della distribuzione del film.

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