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OSCAR 2016 Kosovo/Regno Unito

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Shok: i ragazzi con la bicicletta sulla via di Hollywood

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- La grande emozione di un piccolo film che non ha lasciato indifferente l’Academy degli Oscar

Shok: i ragazzi con la bicicletta sulla via di Hollywood
Shok di Jamie Donaghue

“Non è il vostro paese. Prendete le vostre cose. Partite e non guardate indietro. Se vi voltate, vi uccideremo”. Non è necessario essere nato e cresciuto a Pristina per capire l’assurdità universale che viene qui incarnata da un alto dignitario dell’esercito serbo, occupato a espellere una famiglia albanese dal Kosovo una mattina del 1998, quando il conflitto s’infiamma e il Kosovo dovrà aspettare 10 anni per la sua indipendenza.

È un britannico, Jamie Donaghue, ad aver scritto e realizzato Shok, una coproduzione tra Kosovo e Gran Bretagna, nominato per la corsa agli Oscar 2016 nella categoria miglior cortometraggio. Questo riconoscimento da parte dell’Academy non ha precedenti nella storia di questo piccolo paese che celebra questo successo grazie a una strategia del Kosovo Film Centre, che piano piano sta riuscendo a iscrivere la sua giovane industria sul registro della cinematografia mondiale.

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Due bambini passano attraverso l’occupazione, l’amicizia, la lealtà, il coraggio e l’ingiustizia attraverso una semplice bicicletta che catalizza sottilmente la posta in gioco della storia, delle preoccupazioni quotidiane che, in tempo di guerra, non riguardano solo gli adulti. Questi ragazzi del 1998 sono gli adulti del Kosovo e di tutta la diaspora, che celebrano oggi il successo del film nel mondo attraverso uno slancio appassionato che ci ricorda il ruolo identitario che può avere un film, corto o lungometraggio, nella cultura di una nazione.

Questa meta-lezione di cinema ha toccato il pubblico d’oltre Atlantico, che sembra aver particolarmente apprezzato il film. Dei 16 premi vinti nei festival, 13 sono americani, ma forse il meglio deve ancora venire per la squadra di Shok. Jamie Donaghue rappresenterà ufficialmente il Kosovo sul red carpet degli Oscar. Un piccolo paese che entra attraverso una piccola categoria nella grande fiera dei cineasti, come una delle success stories che il cinema americano predilige particolarmente. Ci si può permettere di fare  un’ipotesi lievemente azzardata guardando la qualità della realizzazione e l’emozione che scatena un film di appena 21 minuti. L’interpretazione degli attori non è da meno, e conferma la vivacità dei giovani talenti kosovari, solo qualche mese dopo la rivelazione del giovane Val Maloku in Babaï [+leggi anche:
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(Tradotto dal francese)

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