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Even Lovers Get the Blues, amori pop moderni

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- Il regista belga Laurent Micheli presenta il suo primo lungometraggio, prodotto da Stenola e Grenade, uno studio dei costumi disinibiti dei trentenni della sua epoca

Even Lovers Get the Blues, amori pop moderni
Tristan Schotte e Gabriel da Costa in Even Lovers Get the Blues

Laurent Micheli viene dal teatro, dove ha interpretato e messo in scena diverse pièce, poi fondato una compagnia, prima di dedicarsi al cinema, un mezzo per estendere la sua passione per la recitazione e gli attori. Even Lovers Get the Blues, presentato nella competizione delle opere prime di finzione del Festival Internazionale del Cinema Francofono di Namur, è il suo primo lungometraggio, e si è costruito nel tempo con gli attori e la fiducia dei suoi produttori, Stenola (Anton Iffland Stettner) e Grenade (Camille Meynard, che ha diretto due anni fa Tokyo Anyway, un lungometraggio con meccanismo, energia e spontaneità molto simili a Even Lovers Get the Blues), una sorta di laboratorio divenuto progetto.

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Léo va a letto con Louis, Dahlia va a letto con Graciano, Graciano non sa dove si trova, Arthur va a letto con chiunque, e Anna va a letto con Hugo. Ma una notte, Hugo non si sveglia, e Ana elabora il lutto riconnettendosi col suo corpo, violentandolo, ascoltandolo, ignorandolo, e finalmente liberandolo. Tutti si incrociano durante le serate brussellesi, poi in campagna. La stagione degli amori prende forme diverse. Il racconto, che comincia nel freddo invernale e notturno delle strade di Bruxelles, migra con la primavera sulle rive bucoliche di un lago, per concludersi nel caldo estivo dei giardini più remoti della città. Dalle toilette di un bar alle alcove di un locale notturno, da un divano letto a una spiaggia deserta, i corpi si mischiano e gli amori si perdono, si cercano e finiscono a volte per (ri)trovarsi. I personaggi si incrociano e si allontanano, le coppie si fanno e si disfano, sperimentando una sessualità multiforme, in cerca di sentimenti esaltanti che permetta loro di sentirsi vivi. Laurence Micheli osserva il disagio della sua generazione che in una società precaria tenta, coi suoi modesti mezzi, di reinventare il sesso e l’amore.

Per portare a buon fine il suo progetto, Micheli azzarda con un certo candore delle scene di sesso sorprendentemente frontali, lontane dagli standard asettici dell’epoca. Ma lungi dall’essere oggetto di pura provocazione, questa libertà sessuale ritratta esplicitamente sullo schermo è funzionale al proposito del regista e risponde a una certa libertà formale di Micheli, che venendo dal teatro, dirige il suo film vergine del linguaggio cinematografico che si impara nelle scuole. Questa libertà può accompagnarsi a qualche difetto, ma infonde una freschezza reale al film, e traduce abilmente le esitazioni dei personaggi, in cerca di senso e di libertà. 

Nel cast ritroviamo un cast di attori (Gabriel da Costa, Adriana da Fonseca, Marie Denys, Séverine Porzio, Arnaud Bronsart, Tristan Schotte) tutti al loro primo ruolo da protagonista in un lungometraggio, che incarnano i personaggi con la convinzione e la leggerezza delle prime volte.

Il film ha ricevuto il sostegno del Centre du Cinéma et de l'Audiovisuel de la Fédération Wallonie-Bruxelles.

(Tradotto dal francese)

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