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La prima cosa bella di Virzì

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La prima cosa bella di Virzì

A Bruno basta gettare un'occhiata al volto della madre Anna, malata terminale, per essere investito da un fiume di ricordi. È l'estate del 1971, 38 anni prima, quando Anna viene incoronata “mamma più bella” dello stabilimento balneare più popolare di Livorno. Il piccolo Bruno non gradisce affatto, è imbarazzato, si vergogna di quella genitrice così libera, così leggera. Una giovane donna dalla bellezza prorompente in un'Italia democristiana, urbanizzata, col fantasma del '68 alle spalle e una rovinosa crisi economica in corso, ma con 326 riviste settimanali nelle edicole. Quella mamma “sconveniente” ma profondamente innocente, scacciata di casa dal marito e costretta a rapire i propri adorati figli Bruno e Valeria, rovinerà la vita di Bruno, lo costringerà ad un eterno malessere, fino a quando i tre non si ritroveranno nella stanza d'ospedale in cui Anna sta morendo.

Paolo Virzì ha definito oggi La prima cosa bella [+leggi anche:
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un film “sul desiderio di far pace con la vita, di ritrovare una casa, una patria”. Il decimo lungometraggio del regista toscano che meglio di altri ha saputo raccogliere l'eredità della commedia italiana, è forse quello che più deve al cinema di Ettore Scola (in particolare C'eravamo tanto amati), alla sua pungente intelligenza. L'inquietudine dell'Anna di Virzì, interpretata da Micaela Ramazzotti (da giovane) e da Stefania Sandrelli, la fa derivare direttamente dalla Adriana di Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, magistralmente incarnata dalla Sandrelli nel 1965. Virzì ha investito su Micaela Ramazzotti la seconda fase della sua carriera artistica (e della sua vita, visto che l'ha sposata), e attraverso di lei rende omaggio a molte grandi figure femminili del cinema italiano (in una scena in cui Anna viene scaraventata giù da un'automobile, il regista “ruba” la locandina de La Ciociara/Sofia Loren di Vittorio De Sica). Non è importante chiedersi se sia nata una “star”, ma quanto Micaela riesca ad essere “moderna” in un cinema che fatica a inseguire la vita vera. “Non è un Amarcord, non è un film nostalgico”, precisa Virzì, “il passato non è raccontato in modo elegiaco. Le conclusioni si fanno nel presente: una mamma scriteriata ed eroica che incoraggia i figli ad andare incontro al proprio destino”.

Virzì non dirige magistralmente soltanto Micaela e Stefania Sandrelli: Valerio Mastandrea (Bruno) e Claudia Pandolfi (la sorella Valeria) offrono interpretazioni nitide e dense, e tutto il coro degli attori non protagonisti (Marco Messeri, Fabrizia Sacchi, Sergio Albelli, Paolo Ruffini, Emanuele Barresi, Isabella Cecchi, i giovani Giacomo Bibiani, Aurora Frasca, Giulia Burgalassi, Francesco Rapalino) va al massimo e si muove in lunghi e coraggiosi piani sequenza che esaltano le loro performance. La fotografia di Nicola Pecorini, esperto nell'uso della steadicam, è all'altezza della sua fama di collaboratore di Terry Gilliam, Oliver Stone, Roman Polanski, Bernardo Bertolucci, mentre il montaggio è opera dell'esordiente Simone Manetti.

Scritto dal regista con Francesco Bruni e Francesco Piccolo e prodotto da Motorino Amaranto (società di Virzì), Indiana Production Company con Medusa Film, il film esce in 400 copie il 15 gennaio, lo stesso giorno in cui arriva nelle sale Avatar di James Cameron. La cosa ha scatenato un dibattito su una contrapposizione impossibile (Alberto Crespi sull'Unità giustamente scrive: “Un mercato sano dovrebbe avere le strutture per valorizzare entrambi i film”) Virzì ha liquidato il dilemma con una battuta: “Conto sugli spettatori che non riusciranno a entrare nella sala dove proiettano Avatar”.

L'unico effetto digitale de La prima cosa bella sono le 350 comparse che diventano una folla di 3mila persone al concorso della Miss Estate Bagni Pancaldi 1971.

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