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GÖTEBORG 2026

Recensione: The Swedish Connection

di 

- Thérèse Ahlbeck e Marcus Olsson raccontano in modo creativo la storia di un eroe sconosciuto nella Svezia neutrale durante la Seconda guerra mondiale

Recensione: The Swedish Connection
Henrik Dorsin (a sinistra) e Jonas Malmsjö in The Swedish Connection

Presentato in prima mondiale alla 49ma edizione del Festival di Göteborg e uscito nelle sale prima del debutto mondiale su Netflix il 19 febbraio, The Swedish Connection [+leggi anche:
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sta beneficiando di un notevole lancio, e a ragione. Il ritratto rivelatore firmato da Thérèse Ahlbeck e Marcus Olsson su un improbabile ma molto reale eroe svedese della Seconda guerra mondiale è un'opera di grande pregio, ricca di talenti locali di prim'ordine.

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Questi eroi svedesi della Seconda guerra mondiale esistono eccome, talvolta perfino portati sullo schermo da giganti come Orson Welles nei panni di Raoul Nordling in Parigi brucia? o William Holden in quelli di Eric Erickson in Il falso traditore. Sostanzialmente non celebrata, se non in pochi miseri paragrafi su Wikipedia, è invece l’eredità di Gösta Engzell, un funzionario di medio livello degli Affari esteri che, sfruttando diverse scappatoie burocratiche, offrì rifugio in terra svedese a persone di origine ebraica. The Swedish Connection è il racconto creativo, firmato in scrittura e regia dal duo Ahlbeck-Olsson, di questo “contabile” creativo.

Nel 1942, la Svezia dichiaratamente neutrale, circondata da territori occupati, fa buon viso, più o meno volentieri, alla macchina nazista: fornisce minerale di ferro, lascia transitare liberamente le truppe tedesche attraverso il Paese e tiene a bada la stampa quanto alle opinioni critiche. Le voci crescenti sui campi di sterminio vengono inizialmente prese con beneficio d’inventario e i controlli di frontiera sono rigidamente inospitali, soprattutto verso chi ha il passaporto timbrato con la “J”. A fine 1942 si verifica però una netta svolta, quando gli ebrei norvegesi vengono deportati su un cargo – destinazione Auschwitz, come si capirà – tra cui alcuni con legami di parentela o cittadinanza svedese (richiamando in parte la “connection” del titolo), il che spinge le autorità svedesi a chiederne la liberazione. L'operazione si rivela fruttuosa. Gradualmente, e spesso con grande astuzia, regolamenti e politiche vengono studiati, modificati e riformati, portando infine all'arrivo di decine di migliaia di rifugiati dai paesi limitrofi e da tutta Europa.

Il quartier generale di questa astuta operazione di pianificazione è raffigurato come la stanza meno sfarzosa del palazzo degli Esteri nel cuore di Stoccolma, un trasandato ufficio seminterrato con un cuore tutto suo, che batte attraverso pile di documenti, ognuno dei quali è visto da Engzell e dai suoi fidati collaboratori come una persona in carne e ossa. Engzell è la “connection” (anche qui il richiamo al titolo) con i funzionari ai piani alti e, per estensione, con gli emissari all’estero. Göran von Otter, Kurt Gerstein, Dag Hammarskjöld, Adolf Eichmann e altre figure catalizzatrici dell’epoca passano da lì, incluso Raoul Wallenberg, un altro eroe svedese “cantatissimo”, le cui operazioni furono rese possibili dal lavoro preparatorio di Engzell.

Le scelte estetiche, l’atmosfera e il ritmo richiamano l’approccio di Morto Stalin, se ne fa un altro [+leggi anche:
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, e il cast è una vera e propria parata di stelle della commedia svedese. Il pubblico internazionale troverà qui interesse storico e un intrattenimento generoso, finemente bilanciato da momenti di sincera emozione. Il virtuoso della comicità nazionale Henrik Dorsin (visto in Triangle of Sadness [+leggi anche:
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intervista: Ruben Östlund
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) interpreta Engzell come una sorta di cugino spirituale dell’impiegato puntiglioso di Alec Guinness in L'incredibile avventura di Mr. Holland e del supereroe del quotidiano dei Monty Python, il riparatore di biciclette, interpretato da Michael Palin.

Due dei figli di Engzell erano in sala alla proiezione di gala di Göteborg. Il padre è vissuto fino a 100 anni e parlò raramente delle sue imprese. Se l’avesse fatto, probabilmente si sarebbe limitato a qualcosa del tipo: “È solo il lavoro di tutti i giorni, signore”.

The Swedish Connection è prodotto da Netflix.

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(Tradotto dall'inglese)

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