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Intervista: Gela Babluani • Regista

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"Precipitando dall’innocenza all’incubo"

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- Incontro con un giovane cineasta dal talento esplosivo, che analizza asetticamente la violenza umana

Intervista: Gela Babluani • Regista

Vera rivelazione dell’anno, Gela Babluani ha concesso a Cineuropa un’intervista a Parigi, tra una sessione e l’altra del montaggio del prossimo film, che firmerà insieme al padre. Un’ottima occasione per scoprire la forte personalità del regista di 13 (Tzameti) [+leggi anche:
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, un giovane di 27 anni segnato da una visione pessimista del mondo e dalla ricerca di uno stile cinematografico dalle immagini potenti.


Cineuropa: Qual è stato il punto di partenza nella scrittura di 13 (Tzameti)?
Gela Babluani: Avevo voglia di parlare del destino di un uomo e, più in generale, della condizione umana, della manipolazione che alcuni uomini esercitano su altri. A distanza di due anni dal mio arrivo in Francia, ero abbastanza lontano dal mio passato in Georgia per rendermi conto che, seppure in paesi diversi, abbiamo più o meno la stessa sensibilità, che viviamo secondo le stesse regole, al di là delle possibili differenze economiche. Volevo confrontarmi con il tema dell’uomo e del potere che esercita sulla vita quotidiana di altri. Credo che arrivi un momento nella vita in cui si fanno delle scelte, e può capitare di prendere la decisione sbagliata. Nel film, volevo spingere questo concetto alle sue estreme conseguenze. Le scelte sono assolutamente individuali perché, al momento di prendere la lettera, il protagonista sa che non potrà tornare indietro. Spesso nella vita ci troviamo in delle situazioni che, a prima vista, sembrano assurde ma che in realtà possono decidere del nostro futuro. Questa lettera che vola via con un colpo di vento e che influenzerà il destino di un uomo è qualcosa in cui credo fermamente.

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Da dove nasce l’attrazione per questi occulti universi di violenza che costituiscono il cuore del tuo film ?
L’ispirazione nasce dalle esperienze personali. Prima di arrivare in Francia, all’età di 17 anni, ho conosciuto un periodo molto delicato della storia della Georgia. Non ho avuto l’impressione di aver vissuto l’infanzia in un paese che era stato teatro di una tripla guerra civile, che era improvvisamente precipitato nella libertà più assoluta, qualcosa che nessuno riusciva a capire, con partiti politici, manifestazioni, guerre…Questo contesto in cui tutto esplodeva ha creato una sorta di sistema parallelo, un mondo di manovre socio-politiche sotterranee, di giochi di potere. L’abituarsi a tutto, alle sparatorie, alla violenza quotidiana ed alla morte, è qualcosa che si sente, che si metabolizza e che viene espresso da ognuno in modo diverso. Non ho un’opinione positiva dell’essere umano, della sua follia, del denaro. Gli uomini sono esseri molto complessi perché hanno un lato ‘perverso’ che non avrebbero per natura. C’è un momento in cui l’equilibrio è stato sconvolto, e volevo affrontare questo precipitare dell’innocenza nell’incubo, con l’idea che dipendiamo sempre dagli altri, che, seppure agiamo e creiamo delle cose, queste ci condurranno inesorabilmente a delle situazioni in cui le nostre scelte dipenderanno da altri.

Perché hai girato in bianco e nero ed hai scelto il cinemascope?
Innanzi tutto perché il bianco e nero sottrae un certo tipo di realismo per sostituirlo con un altro. Ci si concentra di più sui personaggi e sulla storia. Quando le prime immagini di un film cominciano a materializzarsi nella mia mente, le vedo in un certo modo, e per questo film, vedevo un’atmosfera in bianco e nero. Per quanto riguarda il cinemascope, è un formato che permette di sbizzarrirsi nella composizione dell’inquadratura e, siccome adoro costruire l’immagine, per me è il formato ideale. Anche se non ho degli stabili punti di riferimento, amo molto per esempio, i primi film di Scorsese, Il padrino di Coppola, Sergio Leone, il tocco di Fellini, Teorema di Pasolini che mi ha scioccato....Cito spesso anche il cinema sovietico perché conteneva una vera riflessione sull’immagine che non esiste più al giorno d’oggi. Era un tipo di cinema che conferiva molta importanza alla composizione, alla messa in scena. Allora i film erano muti, sebbene fossero annunciati come sonori. Tutta la fase di riprese, di post-produzione sino al completamento del montaggio-scena, veniva effettuata senza sonoro, non c’era mai presa diretta. In più, da bambino stavo spesso con mio padre quando montava i suoi film: i personaggi parlavano, ma bisognava capire tutto e sentire le emozioni senza l’ausilio del suono, e questo mi ha segnato. Preferisco raccontare per immagini che non attraverso le parole.

Come hai trovato i tuoi attori, tutti questi caratteristi che hanno reso credibile l’universo di 13 ?
E’ stato un processo abbastanza lungo. E’ un mix di attori professionisti e non professionisti giunti dagli ambienti più disparati. Alcuni lavoravano in prigione, altri ne erano appena usciti. Non volevo vedere facce che conoscevo già, volevo creare un mondo a parte. Fatta eccezione per un attore e per mio fratello, non avevo mai visto recitare nessuno degli altri.

Sei stato tentato dalla possibilità del lieto fine?
Sì, era un dilemma. Ma in rapporto alla struttura drammatica, era più giusto far morire l’eroe. Anche se ha avuto la possibilità di sopravvivere ad un certo punto, era importante far capire che questa opportunità non dura per sempre, e che la ruota gira.

Che progetti hai per il futuro?
Sto montando L’âme perdue du sommet, un film interpretato da Sylvie Testud e Stanislas Mehrar, che ho diretto insieme a mio padre Temour Babluani e che uscirà nei cinema a maggio. Inoltre, sto scrivendo un progetto mio. Lavoro molto e non ho alcuna voglia di fermarmi per divertirmi. Non voglio uscire di scena, perché conosco troppi registi che dopo un primo film riuscito, si perdono. Sono felice quando sono sul set e faccio di tutto per tornarci il prima possibile.

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titolo internazionale: 13 (Tzameti)
titolo originale: 13 (Tzameti)
paese: Francia
anno: 2005
regia: Géla Babluani
sceneggiatura: Géla Babluani
cast: Georges Babluani, Aurélien Recoing, Augustin Legrand, Philippe Passon, Pascal Bongard, Vania Villers, Serge Chambon

premi/partecipazioni principali

EFA 2006 Premio Scoperta
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