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Intervista: Stefano Incerti • Regista

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Un apologo lirico su misura per Toni Servillo

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- Incontro con il regista napoletano, che racconta la genesi di Gorbaciof, suo sesto lungometraggio, ed evoca le sue influenze e la sua ricerca di uno stile epurato

Intervista: Stefano  Incerti  • Regista

Cineuropa: Com’è nata l’idea di Gorbaciof [+leggi anche:
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Stefano Incerti: Nel 2003 avevo letto un articolo intitolato “Il cassiere con il vizio del gioco”, resoconto delle losche attività del cassiere di un carcere del nord, che sottraeva denaro alla cassa comune dove i parenti dei detenuti depositavano i soldi, e li usava per giocare al casinò. Era uno spunto che offriva la possibilità di raccontare un personaggio inedito al cinema, e ho pensato di trasferire la vicenda a Napoli, scrivendo il film insieme a Diego De Silva.

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Com’è cambiata la sceneggiatura, dal 2003 ad oggi?
All’inizio, al posto della ragazza cinese, ce n’era una napoletana, quindi erano previsti molti più dialoghi: ma ci sembrava una sceneggiatura troppo ortodossa, non aveva il guizzo che cercavamo. Poi, quando Toni Servillo è entrato nel progetto, ci ha invitati ad essere più rigorosi.

Il risultato è un film quasi muto…
Sì, un film che non ha bisogno di dialoghi, in cui la comunicazione non è affidata alle parole ma ai gesti, agli sguardi: oggi il cinema somiglia sempre di più al teatro filmato o alle fiction televisive, piene di dialoghi e voci fuori campo. Ho voluto riavvicinarmi al cinema delle origini, che non ha bisogno di usare le parole come scorciatoie per esprimere i sentimenti e le psicologie.

Quanto ha contato la scelta di Servillo nello sviluppo del film?
A parte lo stimolo sulla scrittura, il personaggio di Gorbaciof è calibrato su di lui: girando ci siamo potuti permettere ellissi e omissioni che sarebbero state impensabili con altri attori. Da un punto di vista produttivo, invece, nonostante sia uno dei nostri attori più grandi e riconosciuti, la sua presenza non è bastata a dare impulso immediato al film: se un film è quasi muto, con pochi dialoghi in napoletano e una coprotagonista cinese, allora è molto difficile portarlo avanti. Per Gorbaciof, che pure è un film a basso budget in HD, abbiamo dovuto mettere insieme una sinergia di ben 5 produttori.

Tra le sue ispirazioni (e aspirazioni), lei parla di una “dimensione per niente italiana, vicina al cinema dell’Est Europa e all’oriente” ci spiega a quali modelli si riferisce?
Posso fare un esempio che ho visto di recente: Quattro notti con Anna [+leggi anche:
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di Jerzy Skolimowski, un film silenziosissimo, in cui ho ritrovato, curiosamente, molte affinità con il mio film. Più in generale, mi riferisco alla capacità del cinema orientale di suggerire, senza astrarsi però dal contesto: in Gorbaciof non volevo ignorare la città, una Napoli che, a me che ci vivo, sembra un po’ la New York degli anni ’70, dove si può comprare una pistole a pochi euro. Il mio obiettivo non era girare un affresco, ma un apologo lirico, promuovendo a protagonisti due personaggi che altrove sarebbero stati solo delle comparse.

Da un punto di vista stilistico si nota l’assenza di qualsiasi virtuosismo: perché?
È una linea di asciuttezza cercata non senza difficoltà, perché la semplicitàcosta sforzi. Sono convinto che ogni storia esiga un modo diverso di essere raccontata, e uno stile aderente alla storia. In questo caso ho rinunciato ai carrelli, alla steadycam, preferendo che la macchina da presa fosse al servizio degli attori, senza prevaricare.

È rimasto sorpreso dall’ottima accoglienza della stampa internazionale a Venezia?
Ci speravo, ma non mi aspettavo un esito così eclatante: subito dopo Venezia, poi, il film è andato a Toronto, e sulla spinta delle ottime recensioni ha cominciato il suo percorso di vendite all’estero: Francia, Inghilterra, Australia e Nuova Zelanda, trattative aperte in Spagna e Germania. I miei film, comunque, hanno sempre avuto più successo fuori dall’Italia: qui venivano distribuiti in poche copie, e in periodi sfavorevoli. Gorbaciof è il primo ad uscire nel pieno della stagione cinematografica.

Pochi giorni fa il film è stato anche al Festival di cinema italiano di Annecy: come valuta queste iniziative?
Qualsiasi iniziativa serva a far arrivare i film italiani all’estero è buona, perché può attirare la curiosità dei distributori: negli stessi giorni il mio film precedente, Complici del silenzio [+leggi anche:
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, è stato proiettato in un festival analogo a Stoccolma, mi dicono con buon successo. Dovremmo puntare di più sulle vendite internazionali, e invece mi sembra che i produttori siano i primi a non crederci molto: manca una strategia aggressiva.

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