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Ruben Desiere • Regista

“Il denaro stabilisce ciò che puoi o non puoi fare”

di 

- Cineuropa ha parlato con il regista emergente Ruben Desiere a Rotterdam del ritmo contemplativo del suo film d’esordio La Fleurière

Ruben Desiere • Regista
(© Liesbeth Beeckman)

Il regista emergente belga Ruben Desiere ha presentato il suo primo film, La Fleurière [+leggi anche:
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, al Festival internazionale del cinema di Rotterdam, che segue il suo documentario di diploma, Kosmos. I due progetti condividono gli stessi interpreti non professionisti, un gruppo di slovacchi che lavorano a Bruxelles. Cineuropa ha parlato con Desiere a Rotterdam del ritmo contemplativo e dello stile che lega i suoi due film.

Cineuropa: Una coproduzione belgo-slovacca è una cosa piuttosto insolita. Come è nata?
Ruben Desiere: Il film è stato realizzato con una sovvenzione, la wildcard del VAF, che ho ricevuto dopo il mio lavoro di diploma. È un budget iniziale per fare un film d'esordio dopo la scuola. Volevo lavorare con i ragazzi slovacchi che ho incontrato mentre facevo il mio film precedente, Kosmos. Kosmos non è stato proiettato molto in Slovacchia, ad eccezione del Bratislava Film Festival. Abbiamo pensato che fosse utile avere una connessione con il paese da cui i personaggi provengono e di cui parlano. Così abbiamo iniziato a cercare alcune possibilità di coproduzione e mi sono imbattuto in Tomáš Kaminský di Mandala Pictures, che era molto entusiasta e disponibile. Le ragioni di questa coproduzione slovacca erano ovviamente finanziarie, ma anche per fare in modo che il film fosse più ampiamente distribuito in seguito. È la solita storia di coproduzione.

Qual è il legame tra Kosmos e La Fleurière, considerato che usa gli stessi protagonisti e lo stesso stile, nonostante Kosmos sia un documentario e La Fleurière un film di finzione?
Lavorare a Kosmos è stato molto importante per me, perché era il mio film di diploma, ma anche perché mi ha permesso di trovare il modo in cui volevo fare cinema. Quanto a La Fleurière, volevo che fossimo in grado di decidere da soli quando svolgere le riprese. Avere la libertà e il tempo necessari per realizzare il film nel miglior modo possibile. Quando abbiamo cominciato a girare, gli attori passavano da una casa all’altra, così abbiamo deciso di girare il film in uno studio dove non dovevamo dipendere dalle loro situazioni personali. Potevamo sempre incontrarci in studio durante i fine settimana per lavorare. In termini di forma, gli elementi del film e le scelte che abbiamo fatto si basano principalmente su questo, volevamo avere un posto fisso.

La Fleurière, con le sue lunghe pause e la digressione da una narrazione guidata da una trama, evoca le convenzioni del cosiddetto "cinema lento". È così?
Non mi piace affatto l'idea del cinema lento. Personalmente, non so davvero cosa significhi. L'idea di La Fleurière era di lasciare molto spazio a loro per parlare, e questo significava non essere troppo distratti dallo sfondo, per questo abbiamo girato principalmente davanti ai muri. Quello che mi piace di più nel lavorare con Tomas Balog, Vladimir Balasz e Rastislav Vano è il modo in cui possono semplicemente sedersi in un posto e passare il tempo a parlare. Questo è fortemente legato all'idea iniziale che il film dovesse essere sul denaro. Senza soldi, non puoi accedere a molti posti. Tutto ciò che rimane sono i dialoghi e le conversazioni. Mi sono sempre piaciute molto le loro conversazioni.

I protagonisti provengono da una minoranza etnica e sono una specie di migranti economici, un tema caldo nel clima politico populista e nazionalista attuale. La Fleurière vuole veicolare un messaggio politico sull'immigrazione?
Non c'era e non c’è un messaggio politico chiaro nella mia testa riguardo al film. Li ho visti come tre ragazzi che conosco e con cui mi piace lavorare. Sono molto diversi da me, ma viviamo nella stessa città. Se fare film mi dà l'opportunità di ampliare il mio punto di vista su questa città, sono contento. Certo, la loro identità è parte del loro essere, ma non è mai stata mia intenzione fare un film sulla loro condizione di minoranza. Se parlano, parlano molto dell'identità, ma non lo vedo come il nucleo del film. Il nucleo, per me, era sempre il denaro. Abbiamo cercato di affrontarlo in modo fumettistico. Il denaro è una cosa invisibile, qualcosa che è difficile da filmare, ma allo stesso tempo è qualcosa che stabilisce ciò che puoi o non puoi fare.

(Tradotto dall'inglese)

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