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The Railway Man: i treni della vita

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- In concorso al festival, questa sontuosa coproduzione tra Australia e Regno Unito si iscrive nel cinema più commerciale e accademico

The Railway Man: i treni della vita

In Spagna, The Railway man [+leggi anche:
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, per capricci della distribuzione, si chiamerà El largo viaje ("il lungo viaggio"). Pare che questo nuovo titolo sia piaciuto molto al suo regista, Jonathan Teplitzky (il cui esordio nel 1980 con Better than sex fu sorprendente), giacché svela il nucleo della trama. Ma è molto più suggestivo il titolo originale, perché non solo fa riferimento all'ossessiva fascinazione del suo protagonista per i treni, ma anche alla metafora che ricorre in tutto il film: queste strade che, nel corso della vita di ciascuno, ci conducono verso l'amore, la morte, la schiavitù, il perdono e la vendetta.

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Con protagonisti Colin Firth e l'australiana Nicole Kidman, El largo viaje potrebbe essere uno di quei film “oscarizzabili”, poiché ha tutto ciò che l'Academy di Hollywood ritiene degno di funzionare in termini di botteghino e di premi: un conflitto tremendamente drammatico (basato sui diari di Eric Lomax), un'interpretazione laboriosa e intensa e un'ambientazione attenta e raffinata, oltre a un finale felice e edulcorato, di quelli che fanno versare fiumi di lacrime al pubblico più compiacente. Tutto questo per mostrarci il trauma che soffre un soldato britannico (Flirth) dopo la sua dolorosa prigionia in un campo di lavoro giapponese, collocato nella giungla al confine tra Thailandia e Birmania durante la Seconda guerra mondiale.

Non avendo mai superato quello shock, sarà la sua innamorata e comprensiva signora (Kidman) che lo aiuterà a farlo, interrogando un suo amico che ha sofferto lo stesso calvario (Stellan Skarsgård) e spingendo suo marito a tornare nei luoghi dei suoi incubi per confrontarsi col suo carnefice, riciclatosi nel frattempo come guida turistica negli stessi scenari dove ha commesso le sue impunite atrocità.

Così, con continui ed estesi flash-back, Teplitzky torna a quella maledetta “ferrovia della morte” e non evita di mostrare – e prolungare inutilmente – alcuni episodi di tortura, adornati dalla musica di cori celestiali, in un palese tentativo di strappare lacrime anche allo spettatore più impassibile. Dolore eccessivo, rancore e desiderio di vendetta in un film accademico e commerciale dalla lezione un po' facile che, per quasi due ore, manca del brio, la complessità e l'interesse di alcuni dei suoi possibili riferimenti: il classico di David Lean Il ponte sul fiume Kwai o il contorto Furyo di Nagisa Oshima, cui il festival basco dedica un'interessante e meritata retrospettiva.

(Tradotto dallo spagnolo)

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