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The Salesman: il meglio è nemico del bene

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- CANNES 2016: Il cineasta iraniano Asghar Farhadi firma un nuovo gioiello narrativo sul piccolo teatro dell’umano, prodotto dalla società francese Memento Films

The Salesman: il meglio è nemico del bene
Taraneh Alidoosti e Shahab Hosseni in The Salesman

Dotato di un'eccezionale capacità d’osservazione delle varie sfaccettature di una stessa situazione nella loro dimensione umana più "ordinaria", cui aggiunge una scienza formidabile dei loro sviluppi attraverso la scrittura della sceneggiatura, il cineasta iraniano Asghar Farhadi ha dimostrato ancora una volta una grande acutezza con The Salesman [+leggi anche:
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, svelato in competizione al 69° Festival di Cannes.

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Di ritorno nel suo paese dopo l’avventura riuscita di un film in lingua francese (Il passato [+leggi anche:
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) che gli è valso nel 2013 la sua prima selezione nella vetrina più importante della Croisette (e un premio all’interpretazione femminile), il regista ha scelto stavolta di esplorare il tema delle conseguenze del volersi ostinatamente sostituire alla legge nella zona fluida in cui si mischiano il desiderio di vendetta e l’intenzione di riparare, di ricostruire qualcosa di nuovo. E non è certo un caso se Emad (Shahab Hosseni) e Rana (Taraneh Alidoosti), la coppia protagonista del film, appartengono a una compagnia teatrale che porta in scena Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller, una pièce che illustra il potere del destino dinanzi alla volontà di lottare e che sviluppa, fra gli altri sotto-temi, la questione della menzogna e il fatto che ciascuno è in parte responsabile di ciò che gli capita. Un riflesso del piccolo teatro che è la vita e dell’influenza delle circostanze esterne sulla percezione interiore, che Asghar Farhadi opera con squisita finezza sotto l’aspetto apparentemente semplice di un evento avverso e di una serie di errori di valutazione, dove ciascuno crede di fare la cosa giusta e invece la situazione gli si rivolta contro.

Costretti a lasciare il loro appartamento a seguito di lavori urbani che hanno danneggiato le fondamenta dell’edificio dove abitano, crepando i muri e minacciando il crollo (una situazione provocata quindi dall’azione umana e non dalla natura, come ipotizzano all’inizio i condomini spaventati all’idea di un terremoto), Emad e Rana, una coppia di trentenni senza figli, si ritrovano per strada. Abbandonando ben presto l’idea di ricorrere alle vie legali per recuperare la loro cauzione, accettano la proposta di uno dei loro partner di teatro che vuole aiutarli e che dispone di un appartamento vuoto, un colpo di fortuna in una città sovraffollata come Teheran. Ma l’inquilina precedente ha lasciato in quei luoghi effetti personali ingombranti e una reputazione che provocherà un incidente di cui rimarrà vittima Rana.

Ferita alla testa e traumatizzata al punto di non voler più restare da sola, Rana mantiene il silenzio su ciò che è realmente accaduto in bagno, quel giorno in cui ha aperto per sbaglio la porta dell’appartamento (credendo che fosse suo marito) a uno sconosciuto che è poi fuggito, lasciando sul posto le chiavi della macchina, dei soldi e un cellulare. Mentre sua moglie si rifiuta di sporgere denuncia (per vergogna) e cerca di riprendersi a suo modo (solo occuparsi del figlio di una sua amica le ridarà un po’ di fiducia), Emad rintraccia il veicolo abbandonato nel quartiere, un furgoncino da panettiere, ma il suo desiderio di vendetta riserverà non poche sorprese, così come influenzerà la relazione della coppia sia nella vita privata che sulla scena dove recitano ogni giorno... Un ingranaggio le cui sottili questioni morali (Emad è anche insegnante al liceo e diventa sempre meno esemplare) e i tanti livelli d’interpretazione nascosti possibili sono affrontati con notevole finezza da Asghar Farhadi, associatosi ancora una volta in produzione con la società francese Memento, che vende anche il film nel mondo.

(Tradotto dal francese)

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