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Sonar o l’immersione sonora

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- Con il suo primo lungometraggio, il regista francese trapiantato in Belgio Jean-Philippe Martin si lancia in una sfida appassionante, quella di mettere il suono in immagini

Sonar o l’immersione sonora

Jean-Philippe Martin, regista francese trapiantato in Belgio, si è fatto conoscere grazie ai suoi cortometraggi Bbbrrrroomm e Lapin aux Cèpes. Con Sonar, presentato nella categoria opere prime di finzione al Festival Internazionale del Cinema Francofono di Namur, firma un film tutto di sensazioni, dove l’udito, l’ascolto, dell’altro e del mondo, permette di riconnettersi con se stesso e di ristabilire legami.

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Thomas è un tecnico del suono. Sembra disincantato, come prigioniero di un quotidiano noioso, in cui non c’è più stupore, non ci sono sogni. Mentre prende un caffè tiepido in un’area di servizio sull’autostrada, incrocia per caso il cammino Amina. O piuttosto, Amina entra di forza nella sua macchina e nella sua vita. Esasperata dal modo in cui la tratta il suo capo, Amina se ne va sbattendo la porta. Supplica Thomas di ospitarla, anche per una sola notte. Non ha documenti, nessun posto dove andare, ha bisogno di uno o due giorni per organizzarsi. Amina si sistema nello studio di registrazione dove Thomas si è trincerato. Poco a poco, entra nel suo universo, s’interessa al suo lavoro. E suo malgrado, e grazie a lei, Thomas ritroverà ciò che gli piace del suo mestiere. Al di là dei sonori che prende per denaro, Thomas realizza anche ritratti sonori. Quando Amina si propone come soggetto, lui si fa coinvolgere, e scopre con emozione la durezza del suo passato da immigrata. Malgrado i sentimenti che nascono fra di loro, Amina abbandona bruscamente Thomas quando capisce che lui non la può mantenere. E’ uno shock per Thomas, che parte alla sua ricerca in Marocco. Riascoltando le sue registrazioni per trovare qualche traccia, si rende conto che lei gli ha mentito, e la sua ricerca cambia oggetto: non è più la Amina che gli ha mentito che cerca, ma la vera Amina, quella che gli ha tenuto nascosto. Questa ricerca biografica si trasforma in un vero viaggio iniziatico per Thomas, il quale scopre che mettendosi all’ascolto del mondo e degli altri, ascolta anche se stesso.  

Con Sonar Jean-Philippe Martin si lancia in una sfida appassionante, quella di mettere il suono in immagini. Il film comincia con una voce off, un racconto che si capisce più tardi trattarsi di una registrazione. Le voci hanno un’importanza tutta particolare, Martin azzarda il nero per lasciar spazio alle voci, e paradossalmente, creare delle immagini. "Ho la testa piena di immagini" si sorprende Amina ascoltando i ritratti sonori di Thomas. Il regista utilizza il ritardo tra il suono e l’immagine, moltiplica i dialoghi fuori campo. I suoi due protagonisti sembra abbiano perso il senso del dialogo e della comunicazione, ed è solo con il filtro del microfono che riescono a liberarsi, anche se talvolta bisogna cercare la verità dietro la menzogna. Per ritrovarsi, Thomas ha bisogno di uscire da se stesso, sradicarsi, e di brandire, tra lui e il mondo, il suo microfono, una sorta di trasmettitore di significato. 

Nel ruolo di Thomas, scopriamo Baptiste Sornin, la cui ostinazione iniziale cede gradualmente il posto a una maggiore apertura e appetito per il mondo. Eminé Meyrem presta tutta la sua energia ad Amina, lasciando trasparire delle falle che Thomas si affretterà a voler scoprire.

Sonar è prodotto da Hélicotronc, in coproduzione con Offshore e Proximus, e con il sostegno della Federazione Vallonia Bruxelles, di MEDIA Sviluppo e della Regione Limosino.

(Tradotto dal francese)

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